Solo cinque parole per definirlo: il più grande di tutti!
E credetemi non è assolutamente un giudizio di parte. Josè Saramago è il più grande scrittore poeta vivente. Primo portoghese a vincere il premio Nobel nel 1998, nonché autore di romanzi epici, che rimarranno nella storia della letteratura.
Considerato il massimo esponente della drammaturgia contemporanea, ha avuto non solo riconoscimenti da colleghi del mondo latino americano e da quello di lingua portoghese ( tra questi Jorge Amado, Montalban), ma anche da autorevoli critici letterari anglosassoni, tra questi il critico statunitense Harold Bloom, che nel suo libro “Il genio” ha definito Saramago “il romanziere maggiormente dotato di talento ancora in vita”.
Inoltre, riferendosi a lui come “Il maestro”, ha dichiarato: “è uno degli ultimi titani di un genere letterario in via di estinzione”.
Per quelli che non lo conoscono, qui di seguito una breve biografia , seguita da alcuni documenti trovati su vari siti che ci aiuteranno a conoscere meglio, oltre il Saramago, scrittore, poeta e drammaturgo, anche il Saramago uomo del nostro tempo.
Biografia:
José Saramago è nato ad Azinhaga, in Portogallo il 16 novembre 1922. Il suo primo romanzo, Terra del peccato, del 1947, non riceve un grande successo nel Portogallo oscurantista di Salazar.
Nel 1959 si iscrive al Partito Comunista Portoghese che opera nella clandestinità sfuggendo sempre alle insidie ed alle trappole della famigerata Pide, la poliziapolitica del regime. Negli anni sessanta Saramago diventa uno dei critici più seguiti del Paese nella nuova edizione della rivista “Seara Nova” e nel ‘66 pubblica la sua prima raccolta di poesie I poemi possibili.
Diventa quindi direttore letterario e di produzione per dodici anni di una casa editrice e dal 1972 al ‘73 curatore del supplemento culturale ed editoriale del quotidiano Diario de Lisboa.
Sino allo scoppio della Rivoluzione dei Garofani, nel ‘74, Saramago vive un periodo di formazione e pubblica poesie (Probabilmente allegria, 1970), cronache (Di questo e d’altro mondo, 1971; Il bagaglio del viaggiatore, 1973; Le opinioni che DL ebbe, 1974) testi teatrali, novelle e romanzi.
Il secondo Saramago (vice direttore del quotidiano Diario de Noticias nel ‘75 e quindi scrittore a tempo pieno), libera la narrativa portoghese dai complessi precedenti e dà l’avvio ad una generazione post-rivoluzionaria.
Lo scrittore pubblica il lungo romanzo Manuale di pittura e calligrafia nel ‘77 e quindi nell’ottanta Una terra chiamata Alentejo sulla rivolta della popolazione della regione più ad Est del Portogallo. Ma è con Memoriale del convento (1982) che ottiene finalmente il successo tanto atteso.
In sei anni pubblica tre opere di grande impatto (oltre al Memoriale, L’anno della morte di Riccardo Reis e La zattera di pietra) ottenendo numerosi riconoscimenti. Gli anni Novanta lo consacrano sulla scena internazionale con L’assedio di Lisbona e Il Vangelo secondo Gesù, e quindi con Cecità. Ma il Saramago autodidatta e comunista senza voce nella terra del salazarismo non si è mai fatto avvincere dalle lusinghe della notorietà conservando una schiettezza che spesso può tradursi in distacco. Meno riuscito è il Saramago saggista, editorialista e viaggiatore, probabilmente frutto della necessità di tenere comunque la scena e di campare. Il suo Portogallo, sia nello scenario del passato che in quello contemporaneo sembra rifarsi alla concretezza della vita e ai suoi risvolti fantasiosi inglobati in una grande storia di cui lo scrittore si fa specchio.
Una delle sue grandi Opere:
Saggio sulla lucidità
“L’arte e la parte insieme mi autorizzano ad affermare che votare scheda bianca è una manifestazione di cecità altrettanto distruttiva dell’altra, O di lucidità, disse il ministro della giustizia, Che cosa, domandò il ministro dell’interno, ritenendo di aver udito male, Ho detto che votare scheda bianca si potrebbe considerare come una manifestazione di lucidità da parte di chi l’ha fatto, Come osa, in pieno consiglio del governo, pronunciare una simile barbarità antidemocratica, dovrebbe vergognarsi, non sembra neanche un ministro della giustizia, sbottò quello della difesa.”
Persa tra le virgole, gli incisi, le lunghissime frasi, l’impaginazione fitta e regolare senza paragrafi, non riesco a rialzare lo sguardo, continuo a leggere e non voglio fermarmi. La storia, avvincente come un noir, assorbe e trascina con sé, lucidamente. Non condivido l’opinione espressa da Bruno Arpaia sul Domenicale del Sole 24 Ore di opera “al di sotto delle attese”. Personalmente giudico Saggio sulla lucidità superiore ad alcuni tra gli ultimi romanzi di Saramago, sicuramente all’altezza di Cecità, cui tra l’altro si riferisce, o de La caverna, per citare due opere a mio giudizio insuperabili. La difficoltà, come sempre, sta nel parlarne. Questo è un libro che necessita di un periodo di riflessione prima di poterlo presentare. Del resto recensire un romanzo di Saramago è impresa pretenziosa e forse inutile. Tanto varrebbe scrivere “leggetelo” e chiudere lì. Superfluo dire quanto sia intensa e profonda la sua scrittura, originale la forma narrativa, intellettualmente altissima la vicenda narrata: lo saprete già avendo letto qualsiasi altro libro del Premio Nobel portoghese. Dovrei presentare una pagina bianca, rifacendomi proprio al cuore di questa storia, entrando anch’io nel novero di quei “biancosi” che sconvolgono il sistema politico di una nazione. Così infatti vengono definiti, disprezzandoli, i cittadini della capitale di un imprecisata nazione democratica, che in larghissima parte scelgono di depositare una scheda bianca nell’urna di una tormentata tornata elettorale. È il primo di una serie di atti concatenati che scoprono il vero volto di una democrazia di facciata, che legge qualsiasi anomalia nel comportamento dei cittadini come una temibile destabilizzazione del sistema e che perciò è disposta a commettere qualsiasi atto, anche violento, per riportare alla “vera” democrazia chi si è permesso di minarla dall’interno votando (lecitamente, del resto) scheda bianca. Chi dirige questa rivolta collettiva? Perché nulla sembra efficace a fermarla? Inutili la condanna pubblicamente espressa dai massimi dirigenti nazionali, l’isolamento anche istituzionale in cui si sceglie di lasciare la capitale, l’infiltrazione nella rete sociale di spie, l’attentato governativo attribuito ai “biancosi” con molte vittime, le minacce di totale abbandono degli abitanti a sé stessi. Saramago lucidamente porta il lettore nelle pieghe del potere, nei suoi meccanismi, e parallelamente, pur senza spiegarci in modo esplicito né la genesi di questa ‘rivolta’ del tutto pacifica né le sue motivazioni fondamentali, ci fa comprendere come una popolazione scoraggiata e disillusa possa arrivare con un invisibile e inudibile passaparola a questa scelta estrema, ma legale. Fino a ricollegare la vicenda con la protagonista di Cecità, capro espiatorio necessario volendo spiegare in un rapporto di parentela “la cecità generale di quattro anni addietro e questa, maggioritaria, di ora”.
Molti romanzi di Saramago potrebbero essere definiti “politici” (e in qualche modo questa sua visione della realtà è stata in gran parte la motivazione del premio Nobel), ma Saggio sulla lucidità lo è in misura ancora maggiore. Un’analisi impietosa, dura, caustica e pessimista del sistema delle democrazie occidentali, una denuncia critica e tristemente ironica delle armi che la democrazia usa per difendere sé stessa, una teorizzazione della possibile autonomia ‘anarchica’ di una città che non porta affatto allo sfacelo.
Non dimentichiamo infine la traduttrice, Rita Desti, artefice di un lavoro straordinario e difficilissimo: rendere in lingua italiana la qualità e il livello della scrittura di Saramago.
Le interviste 1
Quali sono i suoi legami con un pensiero religioso che necessariamente la figura di San Francesco esprime?
J.S.- Prima di tutto quest’opera teatrale non tratta della seconda vita di san Francesco d’Assisi, ma si chiama “La seconda vita di Francesco d’Assisi”, e ciò dimostra che sono interessato più alla vita dell’uomo in quanto tale che non alla sua santità.
È vero che può sembrare contraddittorio che una persona come me, le cui opinioni politiche, ideologiche e filosofiche sono tanto lontane dalla trascendenza – che sia questa di matrice cristiana o altro – si possa interessare come scrittore e uomo a questi temi, ma io non lo ritengo tale.
La religione e la trascendenza sono temi con i quali hanno a che fare tutte le persone, non sono riservati solo ad alcuni, e dunque io come scrittore, occupandomi della vita delle persone, mi occupo a mia volta di questi temi che hanno a che fare con la dimensione del trascendente.
D’altra parte, per quanto i miei rapporti con la religione siano, come dire, di osservatore non credente, non posso negare di avere una mentalità cristiana, non certo animista, né islamista, né buddista, né quella di nessun’altra religione.
Mentalmente io sono un cristiano, la mia è una mentalità cristiana, e dunque a questo titolo credo di potermi e dovermi occupare,come scrittore, di temi che apparentemente non dovrebbero riguardarmi ma che, dal punto di vista in cui di volta in volta mi pongo, sono tanto miei quanto di Giovanni Paolo II. I.-
Mi sembra che questo accento che lei pone sulla umanità di San Francesco, metta la religione in una luce diversa, non tanto forse come espressione di fede, ma di impegno nel mondo e nella vita. È questo ciò che lei coglie nella figura di Francesco?
J.S.- Sicuramente i tempi sono cambiati e questo è innegabile, però allo stesso tempo e sicuramente in questo caso, esistono delle continuità.
La chiesa di oggi, che non ha alcuna similitudine con la chiesa dei tempi della sua fondazione né tanto meno con quella dei tempi di San Francesco, usa le parole e l’immagine di questo personaggio come elemento legittimante della propria attuale posizione, e questo è un aspetto che, tra presente e passato, può servire a capire meglio il presente.
La storia, la visione del passato offrono un’interpretazione della storia di oggi. Credo che questo sia uno dei temi fondamentali della sua scrittura. Cecità è forse un libro scritto in una dimensione presente, ma sembra essere un presente senza tempo, mentre quasi sempre i suoi libri usano un tempo passato, anche se quasi come una chiave di interpretazione per leggere il presente.
Come si pone di fronte all’idea della Storia e della forma del romanzo storico?
J.S.- C’è un equivoco sull’idea del romanzo storico, su cosa sia, e in che modo si occupi di un presente o invece di un passato più o meno lontano da noi. Marguerite Yourcenar, scrivendo le sue Memorie di Adriano, non ha certo scritto un romanzo storico, ma un romanzo che in qualche modo parla del presente. C’è un modo di scrivere che sta al di là della contingenza. Per esempio nel caso di Kafka, il quale non parla di Praga, non parla della città e della gente che ci vive, come ad esempio fa invece Pessoa, ma parla di un tempo che è un tempo assoluto e come tale anche nostro, che gli consente di uscire dal contingente, dall’immediato e di andare all’essenziale. Questo è ciò che secondo me rende grande la letteratura di Kafka.
Faccio presente che stiamo parlando di Kafka e non di José Saramago!
Proprio la scrittura, il senso della parola, sono così importanti nella sua letteratura. In alcuni casi, come per esempio all’inizio de L’assedio di Lisbona, è bastato aggiungere una parola, la negazione no, per cambiare il senso di una storia. Nel caso di Francesco, lei diceva prima che la Chiesa usa ancora la sua parola per legittimarsi oggi. Ma la parola di Francesco, così semplice ed essenziale, riesce ancora ad essere densa, pregnante, piena di significato nel mondo di oggi, che è un mondo così diverso dal mondo di allora, come lei stesso diceva?
J.S. – Quando Francesco ritorna questa seconda volta alla vita, trova una situazione drammatica, una Chiesa e una compagnia molto diverse da quelle che lui aveva lasciato, e inizialmente vorrebbe tornare alla purezza delle origini, ma i tempi sono cambiati ed è costretto a prendere coscienza dell’impossibilità di tornare indietro.
Ma ciò che, come autore, mi interessa di più, è come in questa rinascita, in questo ritrovare così cambiato ciò che aveva lasciato, possa essere messo in luce un equivoco – che forse nel Tredicesimo secolo poteva non essere letto come tale, ma che oggi non può non essere visto in questa chiave – ed è l’equivoco della povertà.
Se la povertà di Francesco agli inizi poteva essere una povertà santa, evangelica e come tale piena di valore e di significato, quello che lui stesso avrà modo di scoprire, nel conflitto che nella sua seconda vita nascerà con i suoi antichi compagni, è che non si può più sostenere in alcun modo che essa sia santa, come afferma ancora ipocritamente la Chiesa.
È dunque qui, in questo punto che si gioca il senso della storia, di questa rilettura della parola stessa di Francesco. I poveri esistono e non sono santi, né aspirano ad esserlo.
Ecco, mi sembra che qui ritorni quella parola che in un’intervista lei disse essere così importante, perché è la parola “no”, che permette di rifiutare ciò che non si considera giusto e non si vuole. In questo caso è no alla povertà, all’accettazione di un mondo il cui ordine sia stabilito. No resta una parola importante per lei…
J.S.- “No” alla povertà, “no” all’ingiustizia, “no” alla crudeltà. È curioso notare che l’unico essere crudele sulla terra è l’essere umano…gli animali non sono crudeli. Non lo è la tigre né il leone, che hanno bisogno di uccidere per nutrirsi.
L’unico animale veramente crudele che esiste è l’uomo: che uccide per piacere, per passione, per vendetta, per odio, per tutte le ragioni che più o meno sappiamo; e che oltre a uccidere, tortura. Nessun animale tortura un altro animale, ed è a questo che bisogna dire no.
Lei parla di violenza e di povertà, e sono due argomenti molto presenti in tanti territori d’oltremare che sono stati anche territori portoghesi, come l’Africa, parte dell’Asia ma forse meno, e il Sud America con la grande estensione del Brasile. Il Portogallo ha “esportato” una letteratura, una cultura e un sapere. Che cosa ha ricevuto in cambio la cultura portoghese da questi mondi così diversi, non fosse altro che per il colore ma anche per il modo di pensare delle persone che li abitano? C’è stato uno scambio, è possibile che questa attenzione alla povertà non abbia a che vedere con questa altra dimensione, parallela, del Portogallo che sta al di là del mare?
J.S.- Non so, credo di no, penso che di tutti i paesi che hanno ricevuto la lingua, la cultura o il dominio portoghese, l’unico che abbia poi trasformato in tutti i suoi aspetti questo lascito culturale in modo autonomo e compiuto sia il Brasile, la cui lingua nazionale è il portoghese, il quale in realtà è parlato da una minoranza dei tanti abitanti di questo immenso stato e spesso deformato, ma il Portogallo non è il proprietario esclusivo di questa lingua, e in Brasile ci sono comunque duecento milioni di abitanti.
Il Brasile ha sviluppato questo lascito, questa lingua, questa cultura e, nonostante non sia un paese economicamente forte, già negli anni Cinquanta e Sessanta la letteratura brasiliana ha influenzato il Portogallo. Questo ora però non avviene più molto. A parte il Brasile, i problemi degli altri paesi di cui si parla, la loro povertà, le loro tensioni, la situazione di crisi permanente in cui vivono non ha mai dato loro la possibilità di sviluppare compiutamente una cultura sufficiente a consentire uno scambio paritario.
Dialoghi fra culture in realtà ce ne sono molti e, come è ovvio, non soltanto tra paesi che parlano il portoghese. Il Portogallo ha un vicino molto prossimo che è la Spagna, con una lingua diversa che io credo lei parli e conosca benissimo. L’impressione che si ha da un po’ più lontano, come dall’Italia, è che essi siano vicini e si assomiglino ma che siano anche molto diversi. Secondo lei quali sono gli elementi di differenza e di somiglianza dei due paesi? Lei in un romanzo ha immaginato che la penisola iberica si staccava dal resto dell’Europa e si portava dietro anche gli spagnoli, quindi qualcosa di simile ci deve essere…
J.S.- Probabilmente questo ha a che vedere con le mie personali relazioni culturali e geografiche con la penisola iberica. Io ho sempre detto che mi sento prima di tutto portoghese, poi iberico, e poi, a volte, anche europeo.
Vivo nelle isole Canarie, mia moglie è spagnola e perciò ho infinite relazioni con la Spagna, anche se questo non mi allontana idealmente dal Portogallo, perché nella mia testa ora è molto più consistente questa idea fisica, questa unità geografica della penisola iberica. Quanto a somiglianze e differenze fra Portogallo e Spagna, sono accaduti degli eventi che hanno segnato profondamente il tipo di relazioni esistenti ancora oggi tra i due paesi.
Uno di questi è stato quando per sessanta anni, per volontà del re di Castiglia, i regni di Spagna e di Portogallo furono riuniti e il Portogallo fu proclamato sotto il dominio spagnolo, e questo è stato un duro colpo per l’orgoglio e l’indipendenza portoghesi.
A partire dal Sedicesimo secolo, poi, l’importanza del Portogallo nell’ambito europeo è sistematicamente diminuita. Inoltre, il nostro paese era ed è all’estremo dell’Europa, dalla quale siamo separati dai Pirenei, e tutto ciò che è accaduto di negativo nella nostra storia è arrivato attraverso la Spagna, anche se poi erano per esempio invasori francesi, e quindi il nostro atteggiamento nei suoi confronti è di una certa paura, come a dire: “da quel lato arriva solo male”.
Al di là della Spagna c’è un’Europa molto lontana per un paese sospeso ai suoi estremi, con altra cultura vicina oltre a quella dell’infinito del mare che lo fronteggia. Esperienze comuni e distinte si confrontano in queste due culture, che hanno sviluppato un simmetrico processo di distanza.
Come i portoghesi vivono la Spagna con una forma di timore, come la porta di influenze negative, così gli spagnoli hanno sviluppato un forte complesso di amputazione: in effetti, se si guarda la carta geografica della Spagna priva del Portogallo, appare una forma assai strana, e un po’ come colui che ha perso un arto e sente ancora dolore, così gli spagnoli percepiscono il Portogallo e distolgono lo sguardo da esso, facendo finta che non esista, pensando di eliminare così il dolore dell’amputazione.
C’è un reciproco aspetto delle due culture nel quale tendono a dimenticarsi per annullare le negatività reciproche.
Eppure, sebbene quest’Europa sia lontana, inizia o finisce sulla soglia dei Pirenei, lei ha dei legami culturali forti con questo continente. In una sua intervista recentemente pubblicata in Italia, lei indica tra i suoi riferimenti più importanti Gogol, Montaigne, Kafka, e poi Cervantes che è iberico e padre Antonio Vieira che è invece un portoghese; ma la Russia, la Cecoslovacchia di Kafka e la Francia illuminista ci sembrano esprimere legami molto forti che lei ha con il resto del continente.
J.S.- È chiaro che, come dicevo, il fatto di essere prima portoghese, poi iberico e quindi europeo ha più a che vedere con la realtà storica attuale, quella che chiamano costituzione dell’Europa, e con le culture europee delle quali mi sono nutrito, che con la storia dell’Europa e le sue linee culturali passate.
D’altra parte la scelta dei personaggi che costituiscono la mia ideale famiglia di riferimenti (Gogol, Kafka, Montaigne, Cervantes) non è espressione della scelta di un’intera cultura ma di un singolo, e del mio interesse personale verso particolari persone e il loro modo di essere uomini, artisti e di stare al mondo.
La Russia non è solo Gogol, la Spagna non è tutta Cervantes, né la Francia è completamente Montaigne. Sono delle lezioni, dei fili da seguire che si scelgono. Lo stesso padre Antonio Vieira, gesuita del XVII secolo, è da considerarsi forse uno dei più grandi scrittori della lingua portoghese parlata e scritta, anche se non ha scritto né poesie né romanzi.
Venne a Roma, fu missionario e diplomatico, pregò nella chiesa di Sant’Antonio dei portoghesi, ma soprattutto denunciò con grande lucidità il genocidio perpetrato dal Portogallo ai danni degli indios brasiliani, come faceva Bartolomeo De las Casas nei domini spagnoli, dimostrando così già allora l’esistenza di una sensibilità moderna che potesse accorgersi dei genocidi operati nel nuovo mondo. Quindi non si tratta di scegliere pezzi di Europa, ma persone, con percorsi, posizioni e sguardi politici particolari.
Vorrei lanciare anche uno sguardo politico attraverso di lei sul Portogallo che, visto dall’Europa che comincia aldilà dei Pirenei, sembra un paese in grado più di altri di resistere a una forma di modernità forte e dilagante. Penso ad esempio al suo romanzo Cecità, che pone quasi una barriera rispetto a una certa cultura del visivo, capace di divorare il mondo e di consumarlo. A cosa crede sia dovuta questa capacità del Portogallo di rimanere più fedele a sé, non fuori dal tempo, ma critico rispetto a certi aspetti del presente?
J.S. Non so, mi piacerebbe pensare che sia così come lei lo descrive, ma in realtà il Portogallo, come tutti gli altri paesi, negli ultimi dieci venti anni è molto cambiato, fa parte di questo processo culturale che tende ad uniformare le differenze, ciò che viene definito di solito politicamente corretto o globalizzato.
D’altra parte il Portogallo è un paese piccolo, sono dieci milioni di abitanti e tre, quattro milioni di emigranti sparsi per il mondo. Questo può dare una maggior lucidità, chiaroveggenza rispetto all’evolversi dei problemi, ma non può certo dare la forza per sottrarvisi. Inoltre Cecità l’ha scritto un portoghese, ma avrebbe potuto essere scritto da un tedesco, un italiano, un francese, uno spagnolo, un inglese, da chiunque abbia coscienza del mondo in cui si vive e dei problemi che il presente ci sottopone.
Mi sembra molto importante quello che lei dice di Cecità, sembra un libro epico, che ha una sua indipendenza, con uno sguardo universale, diverso, distinto, parallelo al resto della sua produzione. È così, o è solo un’impressione da lettore?
J.S.- Credo che sia così. Cecità non è un libro solo, ma è un libro inaugurale, che segna una nuova fase del mio lavoro; dopo il Vangelo secondo Gesù (1991), e insieme a Tutti i nomi e a La caverna, che sto scrivendo ora, costituisce una trilogia sul tempo di oggi, uno sguardo sulle trasformazioni dell’uomo nel presente, e il mio ultimo saluto, come scrittore, al ventesimo secolo. Vorrei precisare che questi tre libri non sono stati pensati come un insieme, ma riguardando ciò che ho scritto e detto, mi sembra di cogliere in essi una certa unità. E se mi permettete un ulteriore eccesso di presunzione, mi piace pensare che, se oggi Kafka fosse vivo e potesse scrivere, forse scriverebbe Cecità.
José Saramago. Dalla lettura per il Premio Nobel, 7 dicembre 1998
«L’uomo piú saggio che io abbia conosciuto non sapeva né leggere né scrivere. Alle quattro di mattina, quando la promessa di un nuovo giorno stava ancora in terra di Francia, si alzava dal pagliericcio e usciva nei campi, portando al pascolo la mezza dozzina di scrofe della cui fertilità si nutrivano lui e sua moglie, i miei nonni materni. [...] Talvolta, nelle calde notti d’estate, dopo cena, mio nonno mi diceva: “José, stanotte dormiamo tutti e due sotto il fico” [...]. In piena pace notturna, tra gli alti rami dell’albero, mi appariva una stella, e poi, lentamente, si nascondeva dietro una foglia, e, guardando da un’altra parte, come un fiume che scorre in silenzio nel cielo concavo, sorgeva il chiarore opalescente della Via Lattea. E mentre il sonno tardava ad arrivare, la notte si popolava delle storie e dei casi che mio nonno raccontava: leggende, apparizioni, spaventi, episodi singolari, morti antiche, zuffe di bastoni e pietre, parole di antenati, un instancabile brusio di memorie che mi teneva sveglio e al contempo mi cullava. Non ho mai potuto sapere se lui taceva quando si accorgeva che mi ero addormentato, o se continuava a parlare per non lasciare a metà la risposta alla domanda che gli facevo nelle pause piú lunghe che lui volontariamente metteva nel racconto: “E poi ?”
[...] Molti anni piú tardi, scrivendo per la prima volta di mio nonno Jeronimo e di mia nonna Josefa, mi accorsi che stavo trasformando le persone comuni che erano state in personaggi letterari, e che questo era probabilmente il modo per non dimenticarli, disegnando e ridisegnando i loro volti con un lapis cangiante di ricordi [...]. Nel dipingere i miei genitori e i miei nonni con i colori della letteratura, trasformandoli da semplici persone in carne e ossa in personaggi di nuovo e in modi diversi costruttori della mia vita, senza accorgermene stavo tracciando il percorso attraverso il quale i personaggi che avrei inventato, gli altri, quelli veramente letterari, avrebbero fabbricato e mi avrebbero portato i materiali e gli arnesi che, finalmente, nel buono e nel meno buono, nel sufficiente e nell’insufficiente, nel guadagnato e nel perduto, in quello che è difetto, ma anche in quello che è eccesso, avrebbero finito per fare di me la persona in cui oggi ancora mi riconosco: creatore di quei personaggi, ma al tempo stesso loro creatura».
Le parole sono l’unica cosa immortale; quando uno è morto, ai posteri rimangono solo loro.
José Saramago fissa in una frase il perché del proprio scrivere. Probabilmente ora il futuro ricordarà di lui anche l’appartenenza alla lista d’oro dell’Accademia di Svezia. Ma lui non vede il premio in chiave di fama universale:”Una grande responsabilità, ecco cos’è. Sono il primo portoghese a vincerlo e ne sento l’importanza. Ora la mia linguaraggiungerà più persone, più lettori. La letteratura del mio Paese, non solo per i miei libri, potrà occupare uno spazio più considerevole nella coscianza culturale dei popoli. Non smetterò mai di dire che una cultura della periferia non è cultura periferic”.
Assediato da centinaia di giornalisti e di fotografi, nel recinto della Fiera del Libro di Francoforte, ve da una dichiarazione all’altra senza dimenticare i suoi punti fermi: il comunismo, il non europeismo, l’amore per la Lusitania di mare e di viaggi che trova sintesi nella vecchia Lisbona, terra delle radici e, insieme, luogo mitico, simbolo, riferimento costante.
“Io cosa sono se non uno scrittore Portoghese? Scrivo in portoghese, penso in portoghese, sento in portoghese. Le traduzioni non mi hanno trasformato in cosmopolita.”. Ha quindi ringraziato “tutti i traduttori, validi interpreti del mio pensiero” e così sintetizzato la sua poetica: L’importante è non credere all’apparenza delle cose. Chi è da tutte le parti non è da nessuna parte.”
Poi, una coda semipolemica: a chi gli chiede come spenderà i denari del premio, ha risposto: “Non giocando al Casino, né comprando macchine di lusso o televisioni. Siamo così abituati al fatto che gli scrittori debbano essere poveri che ogni volta che uno scrittore dispone di più soldi del normale gli chiedono cosa intenda farne. Ma perché queste domande non le fate mai a tennisti e calciatori?”.
Torna poi a parlare del suo antieuropeismo. “L’unione Europea, ho detto spesso, terrà in pochissimo conto i rapporti di potere fra i diversi Paesi che la compongono. Ci saranno Paesi forti e Paesi deboli che dovranno obbedire. In Europa si sta consolidando un potere che riduce i cittadini a consumatori. In una cornice mondiale che, tra l’indifferenza generale, sta distruggendo sistematicamente volontà, ideologie, coscienze”.
Tutto ciò nel contesto della bandiera rossa che ha sempre avvolto la poetica di José: “Resterò fino alla fine dei miei giorni un comunista, ma non mi parlate di stalinismo: l’ho sempre condannato”.
Le interviste 2
José Saramago è il primo portoghese a vincere il premio Nobel per la letteratura: anzi, il primo portoghese a vincere un premio Nobel. E l’ha vinto, nel 1998, perchè “con parabole sostenute da immaginazione, compassione e ironia ci mette continuamente in grado di apprendere un’elusiva realtà”. Una di quelle parabole, un religioso “Vangelo secondo Gesù” scritto da un ateo, fece stracciare nel 1992 le vesti ai farisei portoghesi e spinse lo scrittore in un esilio volontario alle Canarie, dove da allora vive.
In questi giorni invece Saramago è in Italia, invitato dal sindaco di Roma, e in concomitanza di questa visita Einaudi pubblica la prima traduzione mondiale del suo ultimo romanzo, “L’uomo duplicato”. Per l’occasione abbiamo ripercorso con lui le tappe salienti dell’impressionante produzione letteraria di un autore straordinario non soltanto per la sua ispirazione e il suo stile, ma anche per la sua formazione.
“Lei non ha studiato lettere, ma meccanica. Anzitutto, come mai?”
Se “studiare lettere” significa frequentarne la facoltà, allora bisogna dire che non l’ho studiata, visto che non ho fatto l’università. Ma bisogna anche dire che non ho studiato “meccanica”, nel senso profondo della parola, perchè l’Istituto Tecnico (secondario, non superiore) in cui mi formai aveva un programma molto diversificato, con materie quali portoghese, francese, letteratura, matematica, fisica, chimica, scienze naturali, disegno tecnico, laboratorio (di tornitoria meccanica) … Per difficoltà economiche non proseguii con gli studi di ingegneria. Il mio primo lavoro fu, dunque, di tornitore meccanico: operaio, cioè.
“Che influsso hanno avuto questi studi sulla sua produzione letteraria? Penso, ad esempio, alle descrizioni della costruzione dell’edificio e della macchina volante nel “Memoriale del convento”.”
Più che i miei studi, che come ho detto non meritavano di essere chiamati “scientifici”, ho usato documenti dell’epoca. Naturalmente, però, senza l’immaginazione dello scrittore questa documentazione sarebbe rimasta più o meno lettera morta.
“Come mai ha scelto una professoressa di matematica per il ruolo della suicida in “Tutti i nomi”?”
Non c’era nessuna ragione speciale. Affinchè il signor José potesse penetrare clandestinamente nella scuola, la donna sconosciuta doveva essere una professoressa. Ma invece di matematica, poteva essere di qualunque altra materia. E non pensi che a scuola io avessi la minima inclinazione, teorica o pratica, per l’aritmetica: in realtà, non sono mai stato bravo a contare …
“E come mai è un professore di matematica a suggerire al protagonista del suo ultimo romanzo, “L’uomo duplicato”, di vedere il film dal quale si origina il conflitto narrato nella storia?”
Ancora una volta si tratta, probabilmente, di una casualità. A meno che si voglia vederci un’eco di “Tutti i nomi”, o una simmetria.
“Crede che sia solo un caso che, in un mondo tecnologico e scientifico, molti grandi scrittori o abbiano fatto studi scientifici (da Musil a Gadda), o abbiano mostrato un grande interesse per questioni scientifiche (da Borges a Calvino)?”
Non ho un’opinione al riguardo. Credo comunque che la formazione umanista di un numero molto maggiore di scrittori, non li abbia inibiti. Quanto a me, sono nato in una famiglia di contadini, analfabeti o quasi, non ho posseduto libri fino a diciannove anni, non ho fatto altri studi che un corso tecnico elementare: e nonostante questi e altri svantaggi, che pesano su quell’autodidatta che sono, sono diventato uno scrittore.
“A proposito di Borges, che ruolo svolge il libro di Herbert Quain “The god of the labirinth” in “L’anno della morte di Ricardo Reis”? Sta forse a suggerire un’analogia tra il rapporto Borges-Quain, e quello Pessoa-Reis?”
Non vedo questa analogia. Reis è uno degli “alter ego” di Pessoa, si può dire carne della sua carne e spirito del suo spirito, mentre Quain è solo uno dei prodotti della biblioteca immaginaria di Borges. Le opere degli eteronimi di Pessoa “dialogano” tra loro, e costituiscono la sua opera ortonima. Tra le opere che Borges ha scritto, e quelle che ha attribuito a Herbert Quain, non c’è invece nessun tipo di dialogo.
“La citazione di “The God of the Labyrinth” non sarà comunque casuale, no?”
E’ semplicemente un libro inesistente che Reis, per caso, prende nella biblioteca della nave che lo trasporta da Rio de Janeiro a Lisbona. In qualche modo, “L’anno della morte di Ricardo Reis” è tutto un “luogo” di inesistenze: non esiste “The God of the Labyrinth”, non esiste Ricardo Reis, e neppure Fernando Pessoa esiste più, al momento della narrazione.
“In “Storia dell’assedio di Lisbona” lei dice: “Il mistero della scrittura è che in essa non c’è alcun mistero”. Cosa significa questa affermazione?”
Le ricordo questi versi di Alberto Caeiro: “L’unico senso intimo delle cose, è che non hanno nessun senso intimo”. E ancora: “Il mistero delle cose? Che cosa è mai il mistero! L’unico mistero è che ci sia qualcuno che pensa al mistero”. Nella medicina antica si diceva di un farmaco che aveva, ad esempio, “una virtù purgativa”. Non si conoscevano, o si conoscevano male, le cause dell’effetto che produceva, ma la parola “virtù” serviva a millantare una conoscenza. Coi “misteri” è la stessa cosa. Credo che il fatto che durino, o perdurino, derivi quasi sempre dal pregiudizio di andare a cercare ciò che sta dietro alle parole: quasi sempre, infatti, non c’è nulla.
“E perchè quell’affermazione si trova all’interno di un libro i cui tre livelli (quello di Saramago, quello dello storico e quello del revisore) si intrecciano invece molto misteriosamente?”
Sembra che i livelli del libro non siano soltanto tre. Qualche anno fa, un professore dell’Università di Siviglia, Adrián Huici, isolò “otto testi” principali che, secondo lui, si moltiplicano all’infinito con un effetto di “mise an abyme”. Probabilmente ho scritto che “il mistero della scrittura è che non ha nessun mistero” per proteggere la mia salute mentale …
“Si riconoscerebbe, almeno per quanto riguarda la sua produzione a partire da “Cecità”, in quella che Calvino chiamava “letteratura deduttiva”? In una letteratura, cioè, che parte da un’idea iniziale che funge da assioma, e la sviluppa come nella dimostrazione di un teorema?”
Mi ci riconosco, al punto che allargherei questa definizione di Calvino in modo da coprire, praticamente, tutto l’insieme della mia opera. Tanto per citare solo tre esempi: “L’anno della morte di Ricardo Reis” (Reis vive, Pessoa esce dalla tomba per incontrarsi col suo eteronimo), “La zattera di pietra” (la penisola iberica si stacca dall’Europa), e “Storia dell’assedio di Lisbona” (il revisore nega la vera storia, che i crociati hanno aiutato i portoghesi nella conquista di Lisbona dai mori).
“Quali sono i suoi rapporti personali con la pittura, che svolge un ruolo importante nel “Manuale di calligrafia e pittura”, e con la musica, alla quale lei dedica le pagine su Scarlatti nel “Memoriale del convento”?”
Sono i semplici rapporti di un estimatore ragionevolmente informato e sensibile. La triste realtà è che disegno come un bambino, e che non suono nessuno strumento.
“E quali sono i suoi rapporti personali con la religione, da ateo che ha però scritto un poetico “Vangelo secondo Gesù”? Un libro, cioè, che i clericali considerano blasfemo, e gli anticlericali apologetico?”
La contraddizione non sta a me risolverla. Ma se Matteo (II, 16) non si fosse preoccupato di raccontare l’episodio della strage degli innocenti, il mio “Vangelo” non esisterebbe: fu la duplice assurdità di questa carneficina, storica o leggendaria che sia, che mi spinse a scrivere il libro.
“In che senso il martirio degli innocenti è una “duplice assurdità”?”
Anzitutto perchè è assurdo chiamare “martiri” di una religione dei poveri bambini che di essa non sapevano nulla, per la semplice ragione che il fondatore di questa religione iniziò la sua predicazione trent’anni dopo. In secondo luogo, è ancora più assurdo, ammesso che l’assurdità abbia gradazioni, supporre che il bambin Gesù avrebbe potuto essere ucciso nella strage di Erode, per la semplice ragione che Dio non avrebbe mai inviato il proprio Figlio sulla terra per farlo sgozzare a pochi mesi. Benchè la stupidità sia uno degli attributi divini, non credo che Iahvé (era lui, no?) sarebbe caduto tanto in basso.
“Qual è il suo pensiero sulla globalizzazione, alla quale è in un certo senso dedicata “La caverna”?”
Se si facesse la globalizzazione del pane, starei dalla parte dei globalizzatori. Ma non fino a quando ci sarà una persona al mondo condannata a morir di fame.
“Da ultimo, che difficoltà incontra a mantenere il suo impegno comunista, che ha in parte ispirato “Una terra chiamata Alentejo”, dopo la caduta del muro di Berlino e l’instaurazione del “nuovo ordine” americano?”
Nessuna difficoltà. Il comunismo, per me, è di natura ormonale. Oltre all’ipofisi, io ho nel cervello una ghiandola che secerne ragioni affinchè io sia stato e continui a essere comunista. Quelle ragioni le ho trovate, un giorno, condensate in un motto de “La Sacra Famiglia” di Marx e Engels: “Se l’uomo è formato dalle circostanze, bisogna formare le circostanze umanamente”. Le circostanze non le ha formate umanamente il socialismo pervertito, e tanto meno le formerà mai il capitalismo, che è pervertito per definizione. Dunque, il mio cervello continua a secernere ormoni …
Il « Saramago pensiero»:
- Il mistero della scrittura è che in essa non c’è alcun mistero.
- Un uomo ha bisogno di fare la sua provvista di sogni.
- Nessuno può essere senza essere, uomo e donna non esistono, esiste solo ciò che sono e la ribellione contro ciò che sono.
- La fine del ventesimo secolo ha visto scomparire il colonialismo, mentre si ricomponeva un nuovo impero coloniale. Nel territorio degli Stati Uniti non c’è nessuna base militare straniera, mentre ci sono basi militari statunitensi in tutto il mondo.
- È un difetto comune di dire più facilmente quello che credono che gli altri vogliano sentire, piuttosto che attenersi alla verità. Tuttavia, purché gli uomini possano attenersi alla verità, dovranno prima conoscere gli errori e poi commetterli.
- Non è la dimensione del vaso che importa, ma quello che ognuno di noi riesce a mettervi, anche se dovrà traboccare e andare perduto.
- La vittoria della vanità non è la modestia, tanto meno l’umiltà, è piuttosto il suo eccesso.
- Tutto nel mondo sta dando risposte, quel che tarda è il tempo delle domande.
- Tutto il sapere è in Dio. Ma il sapere di Dio è come un fiume d’acqua che corre verso il mare, è Dio la fonte, gli uomini l’oceano, non valeva la pena di aver creato tanto universo se non dovesse essere così.
- Oltre alla conversazione delle donne, sono i sogni che trattengono il mondo nella sua orbita.
- Penso che per gli studenti sarebbe molto meglio partire dalla contemporaneità. Si rimane sempre indietro di un secolo; nella scuola si vive come dentro una specie di capsula senza collegamento con il tempo presente, mancano i nessi.
- Tutte le cose, le animate e le inanimate, stanno sussurrando misteriose rivelazioni, ma ciascuna dicendo la sua, e tutte discordanti, perciò non riusciamo a capire e patiamo quest’angoscia di essere sul punto di conoscerle e di non conoscerle.
- Siamo in guerra ed è una guerra di accerchiamento, ognuno di noi assedia l’altro ed è assediato, vogliamo abbattere le mura dell’altro e mantenere le nostre. L’amore verrà quando non ci saranno più barriere, l’amore è la fine dell’assedio.
- Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, la pietra che ha cambiato posto.
- Il soldato è come chi dalla morte non vede altro modo di allontanarsi, sapendo comunque che se la ritroverà davanti una e tante volte e non volendo credere che la vita debba essere nient’altro che una serie transitoria di rinvii.
- Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre.
- È vero che le cicale cantano, ma è un canto che viene da un altro mondo, è lo stridore dell’invisibile sega che sta tagliando le fondamenta di questo.
- E se il cuore non ha capito, non arriva ad esser menzogna il detto della bocca, ma piuttosto assenza.
- Per me il titolo contiene tutta quanta l’idea del libro. Per questo ho sempre trovato i titoli prima di cominciare a scrivere. Anche se questo non significa che abbia già un piano compiuto del romanzo.
- Ci sono cose che un uncino fa meglio di una mano intera, un uncino non sente dolore se deve fissare un filo e un ferro, non si taglia, né si brucia, e io ti dico che Dio è monco, e ha fatto l’universo.
- Il viaggio non finisce mai, solo i viaggiatori finiscono.
- Dovrebbe bastar questo, dire di uno come si chiama e aspettare il resto della vita per sapere chi è, se mai lo sapremo, poiché essere non significa essere stato, essere stato non significa sarà.
- Quanto alla leggerezza del fardello, così dovrebbe essere ogni volta che uomo e donna portano con sé ciò che hanno, e che ciascuno di loro si porti dentro l’altro, per non dover ritornare sui loro passi, è sempre tempo perduto e basta.
- Si dice che il male non regge a lungo, anche se, per la fatica che si porta dietro, a volte sembra di si, ma quello su cui non c’è dubbio è che il bene non dura per sempre.
- I viaggiatori possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: “Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero.
- Il mondo sarebbe assai migliore se ciascuno si accontentasse di quello che dice, senza aspettarsi che gli rispondano, e soprattutto senza chiederlo né desiderarlo.
- Forse solo il silenzio esiste davvero.
- Il tempo, a volte, sembra che non passi, è come una rondine che fa il nido sulla grondaia, esce ed entra, va e viene, ma sempre sotto i nostri occhi.
- Hanno riposato qui e là per la strada, silenziosi, né avevano di che dire, se perfino una sola parola è di troppo quando è la vita che sta cambiando, molto di più che se siamo noi che cambiamo in essa.
- Sapere dove è l’identità è una domanda senza risposta.
La gioventù non sa quel che può, la maturità non può quel che sa.






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