Archivio per Marzo 2007

La risposta di Fassino alla lettera di Occhetto

 

 

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Premessa:

Vorrei precisare che questo blog non tratterà temi politici «di parte», anche se chi mi conosce sa già quali sono le mie idee in proposito.Ho voluto pubblicare la lettera di Occhetto – tratta dal sito il cantiere.org – poichè vi sono le premesse per una riflessione su quello che sta accadendo nella vita politica italiana. Soprattutto dalla parte del centro sinistra, dove la nascita del «Partito Democratico» vedrà inevitabilmente la fuoriuscita di molte anime illustri che non si riconoscono nel nuovo soggetto politico. Non potevo sottrarmi dal pubblicare la replica di uno dei destinatari della lettera, Piero Fassino, segretario dei DS.

La risposta:

Caro Achille, rispondo volentieri alla lettera che mi hai inviato. Lo faccio certamente per un’antica amicizia mai venuta meno, nonostante le nostre storie politiche si siano allontanate. Ma lo faccio anche perché considero importante rispondere a interrogativi e dubbi che so non essere soltanto tuoi.Intanto è rilevante che tu ti riconosca nell’obiettivo di un grande Partito democratico che, fondendo culture politiche e esperienze storiche diverse, dia rappresentanza politica unitaria al riformismo.D’altra parte – come tu stesso ricordi – quest’obiettivo era iscritto in quella coraggiosa e drammatica “svolta” che, sotto la tua guida, ci portò a considerare esaurita l’esperienza del Pci e a dare vita ad un nuovo soggetto politico che, non a caso, denominammo Democratici di sinistra. E l’obiettivo di dar vita a un nuovo soggetto riformista è stata la bussola che ha ispirato la condotta del nostro partito dalla nascita del Pds ad oggi. Fu mossa da quell’ispirazione la formazione della lista dei Progressisti nel ’94, che avrebbe potuto essere più larga se il Ppi avesse colto tempestivamente la rivoluzione in atto nel sistema politico di quel tempo. Fu la stessa ispirazione unitaria che ci portò nel ’97 a dar vita ai Democratici di sinistra, aprendo il Pds all’incontro con uomini e donne provenienti dai Cristiani sociali, dalla Sinistra repubblicana, dal mondo socialista e laburista, dai Comunisti unitari. Un carattere plurale dei Ds che ancora in questi ultimi anni si è arricchita di compagni provenienti dal mondo verde e ambientalista e di esponenti della Sinistra Liberale. Fu ancora la stessa ispirazione unitaria che sollecitò la formazione nel ’95-’96 dell’Ulivo, che fin dall’inizio non pensammo solo come una alleanza elettorale, ma un soggetto politico “in divenire”. Ed è questa stessa ispirazione che, dopo la sconfitta del 2001, ci ha portato ad un nuovo progetto per l’Ulivo, come soggetto politico riformista. Dunque, è una coerenza di lungo periodo a condurci oggi al passaggio del Partito democratico. Coerenza che consente di dare risposte ai tuoi dubbi e interrogativi. Una prima questione riguarda la configurazione del Partito democratico. Tu dici «ripartiamo dal grande Ulivo del ’96». È una bella suggestione che, tuttavia, elude un aspetto dirimente: L’Ulivo del 96-2001 non riuscì mai a divenire un soggetto politico. E non, come tu pensi, perché un complotto della nomenclatura politica lo abbia ostacolato, ma per una strutturale eterogeneità di composizione, dall’Udeur di Mastella al Pdci di Diliberto passando per Verdi, Ds, Margherita, Sdi, Italia dei Valori, che si è manifestata vincolo insuperabile per dare vita ad un soggetto riformista. Naturalmente non ignoro che anche tra Ds, Margherita, socialisti, repubblicani – le forze che, insieme a Prodi, hanno fondato il nuovo Ulivo nel 2004 – ci siano differenze. Ma infinitamente minori di quante ce ne sarebbero in un Pd formato grande Ulivo. Multilateralismo come asse di una politica estera per la pace e la stabilità; integrazione europea come dimensione ineludibile in cui pensare il futuro dell’Italia; sviluppo sostenibile, fondato su sapere, conoscenza e un più alto livello di specializzazione tecnologica; welfare-state rinnovato per una nuova coesione capace di governare trasformazioni demografiche, anagrafiche e sociali; rifondazione della democrazia e dei suoi istituti per respingere le derive populistiche e plebiscitarie su cui scommette la destra: su tutti questi temi oggi tra le forze che costituiscono l’Ulivo c’è una comune visione e comuni proposte, frutto proprio del fatto che l’Ulivo è stato in questi anni il luogo in cui culture riformiste diverse si sono incontrate, si sono riconosciute, hanno costruito una comune lettura della società italiana e una comune progettualità politica sottoposta agli elettori con il simbolo dell’Ulivo. E anche sui temi etici, soltanto una strumentalità polemica può sostenere la inconciliabilità di posizioni: la lettera di 60 parlamentari cattolici dell’Ulivo – che in quanto cattolici impegnati in politica hanno rivendicato la loro autonomia e responsabilità istituzionale di fronte alle pressioni integraliste – è lì a dirci che il Partito democratico può essere una formidabile occasione per un incontro tra credenti e non credenti che promuova una nuova stagione di riflessione tra fede e politica nella costruzione di un nuovo umanesimo. La seconda questione: noi vogliamo dare vita a un partito “riformista”, non a una formazione moderata. Un partito del lavoro, che oggi nel tempo della flessibilità ha certo bisogno di essere rappresentato e tutelato ancor di più di fronte ai tanti rischi di precarietà. Un partito dello sviluppo sostenibile capace di fare i conti con le sfide che i cambiamenti climatici ci pongono. Un partito per i giovani che chiedono di veder riconosciuto merito, talento, capacità. Un partito della cittadinanza e della solidarietà. Un partito della democrazia che guidi l’Italia fuori da una transizione istituzionale ormai troppo lunga. Un partito che assuma la pace, la non violenza, i diritti, la democrazia come valori fondanti. Sono i valori che da sempre connotano l’identità della sinistra che dunque con il Pd non sparisce. La sinistra e i suoi valori vivono nel Pd e concorrono a fare del riformismo una cultura politica maggioritaria. La terza questione da te sollevata che non mi convince è che il Partito democratico sarebbe una semplice fusione burocratica tra Ds e Margherita. Non è così. Intanto è una caricatura definire i Ds come un partito stanco e scettico, trascinato suo malgrado ad una decisione non condivisa. Il Congresso dice esattamente il contrario: 7.000 Congressi di sezione; 250.000 partecipanti, cifra superiore a ogni congresso precedente; 200.000 a favore – con voto segreto – del Pd, a conferma di un consenso reale al progetto riformista. Non solo, potrei raccontare di tantissime iniziative a cui ho personalmente partecipato – da Biella a Cagliari, da Matera a Venezia, da Milano a Ancona, da Torino a Udine – con migliaia di presenti, non solo militanti, ma elettori, cittadini. Potrei raccontare di affollati incontri nelle Università di Firenze, Bologna, Torino, Roma. Potrei raccontare dell’incontro con 150 dirigenti dell’associazionismo politico – dalla Tavola della Pace all’Arci, dal Forum del terzo settore alle Cooperative sociali alle Ong internazionaliste – che tutti hanno manifestato interesse alla nascita del Pd. Certo, in questa fase – da Orvieto ad oggi – è prevalso il dibattito nei partiti: ma era inevitabile visto che soprattutto gli oppositori del Pd hanno posto come condizione per avviare il processo costituente che “prima” ci fosse una formale decisione congressuale dei partiti. Adesso – svolti i Congressi – si tratta di aprire la “seconda fase”, dando vita subito in tutta Italia ai comitati promotori del Partito democratico, aperti alla più ampia partecipazione di partiti, società, associazionismo democratico, cittadini. E questo renderà evidente che l’intesa tra Ds e Margherita è necessaria per realizzare il Pd, ma non lo esaurisce assolutamente. Vogliamo realizzare un processo più largo. Non credo, intanto, che ci si debba rassegnare ad un autoisolamento dello Sdi, il cui obiettivo di una “costituente socialista” ha più senso se in funzione della partecipazione alla costituzione del Pd. C’è una vasta area ambientalista che vuole essere partecipe del nuovo partito. Ci sono formazioni repubblicane e liberal-democratiche altrettanto interessate. E contemporaneamente ci sono nella società italiana energie culturali e sociali da rendere protagoniste: quel grande popolo delle Primarie, così come quel ricco tessuto associativo che è cresciuto proprio con l’obiettivo del Partito democratico. La fondazione di una vasta e capillare rete di comitati promotori del Pd fin dai primi giorni di maggio può perciò segnare l’avvio del percorso costituente aprendo una stagione di discussione che promuova una amplissima consultazione sulla prima bozza del Manifesto, al fine di arrivare in autunno all’assemblea costituente, a larga base democratica e partecipativa. E l’assemblea costituente potrà approvare il testo aggiornato e definitivo del Manifesto e uno Statuto. E, infine, la questione della collocazione europea e internazionale del Pd: che non può che essere costruita insieme al Pse. Se obiettivo del Pd è anche concorrere ad una più vasta unità riformista su scala europea, non si può certo prescindere dal farlo insieme a quel soggetto politico – il Pse – che oggi rappresenta oltre il 90% del campo riformista europeo. E anche su questo il dibattito non è fermo: un anno fa dalla Margherita veniva la proposta che il Pd fosse il perno di una nuova famiglia politica europea “democratica” che si aggiungesse alle famiglia socialista, popolare, verde, liberale. Nelle tesi congressuali della Margherita – e in recenti dichiarazioni di Rutelli – quella ipotesi è abbandonata per lasciare il posto a un Pd che insieme al Pse persegua una comune azione per unire il riformismo europeo. Non è un’evoluzione insignificante e vi è dunque lo spazio per una soluzione politica forte e condivisa. Mi fermo qui. Come vedi il Partito Democratico a cui, insieme a tanti, sto lavorando è una sfida alta, appassionante, ambiziosa. E per questo mi auguro che tu non voglia farci mancare la tua passione e la tua generosità.

Un abbraccio.

Piero

Lettera di Achille Occhetto a Piero Fassino e Walter Veltroni

 

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Caro Walter, caro Piero

Mi rivolgo in modo particolare a voi due per il tipo di collaborazione privilegiata che ci ha accompagnato durante la svolta e negli anni immediatamente successivi.Lo faccio con una certa trepidazione, perché mi sembra di avvertire, assieme ad altri, un profondo disagio prodotto dalla sensazione che la politica italiana stia rischiando di perdersi. Che in sostanza fra poche settimane, con il congresso dei Ds, si possa precipitare in un buco nero nelle profondità oscure del quale si rischierebbe di perdere il senso stesso, il significato delle scelte dominanti, delle stesse discriminanti che hanno caratterizzato fino ad ora il nostro modo di sentire l’impegno pubblico.In quel buco nero temo che possa sparire, prima di tutto, la sinistra.Questa mia affermazione, come vi sarà chiaro, non nasce da una sorta di nostalgia conservatrice per la vecchia sinistra.Ho più volte affermato che non ho alcuna prevenzione, o pregiudizio ideologico, verso la formazione di un partito democratico capace di fondere, attraverso una effettiva contaminazione ideale e politica, i diversi riformismi della tradizione politica italiana.All’indomani della svolta della Bolognina io stesso proposi la costituente di una nuova formazione politica. Anche il Pds, come ricorderete bene, avrebbe dovuto essere nella nostra visione strategica solo una prima tappa sulla strada della formazione di un nuovo organismo alla cui nascita contribuissero forze esterne provenienti non solo dai tradizionali partiti, ma anche dalla stessa società civile. In sostanza, si trattava di quella che allora chiamammo la sinistra sommersa, che si andava formando attorno ai problemi e alle sfide del nuovo millennio che stava per aprirsi e non già nel chiuso delle vecchie, e a volte logore, nomenclature politiche.Questa ipotesi doveva essere favorita dal formarsi di una grande coalizione, una sorte di Carovana, come la chiamai in modo forse troppo colorito, nella quale ogni convoglio mantenesse la propria identità di partenza, ma che fosse ispirata dalla identica tensione ideale e morale verso la nuova frontiera di una politica profondamente rinnovata.Il «Grande Ulivo» del 1996 incominciò ad incarnare questa idea. In quella occasione uomini e donne che il muro ideologico della guerra fredda aveva divisi si ritrovarono dalla stessa parte, dando vita ad un’ effettiva esperienza unitaria di base. Esattamente come nella mia visione della Carovana quella esperienza avrebbe dovuto, senza forzature burocratiche dall’alto, preparare il terreno di coltura di una fecondazione unitaria da realizzarsi nel vivo di una comune esperienza di vita politica e sociale.Purtroppo quell’idea, come sapete, è stata sacrificata, con la crisi del primo governo Prodi, frutto di un vero e proprio complotto politico, sull’altare della vecchia politica. Invece di fornire alla coalizione una propria autonoma identità, di un originale soggetto politico di coalizione, rispetto al quale i partiti avrebbero dovuto fare un passo in dietro, i partiti stessi si ripresentarono con prepotenza sul proscenio della politica italiana portando con sé tutto il retaggio di vecchi rancori e antiche contrapposizioni. Con l’aggravante che al posto dei grandi partiti di massa usciti dalla Resistenza apparve la loro caricatura di meri comitati elettorali, dando così vita ad una sorta di partitismo senza partiti.Non c’era dubbio pertanto che occorresse riprendere, in qualche modo, la via della unificazione a sinistra e della contaminazione tra i diversi riformismi di cui abbiamo tante volte parlato.Ma come farlo? Questa è la domanda che vi pongo; perché dovete sapere che non è il fine, sul quale comunque ci sarebbe molto da discutere, che mi spaventa, ma è il modo che ancor mi offende.La mia risposta a quella domanda è: in un modo totalmente opposto da quello tentato con l’attuale proposta di partito democratico. A mio avviso occorreva prendere le mosse da una effettiva costituente delle idee che avviasse la stagione di un confronto culturale e programmatico aperto, in partenza, all’insieme del popolo di centrosinistra. Purtroppo la scelta non è stata questa; la società civile, nelle sue differenti espressioni, non è stata chiamata a raccolta, e tutta l’operazione politica si è ridotta all’incontro di due apparati molto ristretti, quello dei Ds e quello della Margherita. Una strada, quella che è stata imboccata, che si allontana sia dall’ispirazione ulivista del primo Prodi e sia dalla visione che del partito democratico era stata avanzata dallo stesso Veltroni.Infatti il partito che tu Walter avevi sognato, lo so per certo perché ne abbiamo parlato tante volte, anche di recente, avrebbe dovuto essere il naturale coronamento della stagione ulivista per nascere dal crogiuolo del tutto originale di forze politiche, movimenti, associazioni e personalità della cultura e della società civile. Questa, come si sa, era anche la mia ipotesi di lavoro, anche se probabilmente, vissuta su alcuni punti programmatici, con una torsione più di «sinistra» della tua.Ma poco importa, perché in una grande forza politica democratica, riformatrice e liberal non dovrebbe certamente vigere lo spirito del centralismo democratico proprio dei vecchi partiti comunisti, che, con la svolta, mi onoro di aver contribuito a sradicare definitivamente.E con te, caro Piero, ho lavorato, gomito a gomito, per quella grande impresa che è stata l’ingresso degli ex-comunisti italiani nell’Internazionale socialista e la co-fondazione, da parte mia, del Partito del socialismo europeo. Ebbene ora mi chiedo e vi chiedo: queste due ipotesi di lavoro dovevano necessariamente separarsi tra di loro? Ma soprattutto che cosa è rimasto di tutto quello che abbiamo pensato, sognato nell’attuale tentativo della formazione di un partito democratico che si basa sull’incontro, molto spesso insincero, tra ex-comunisti e ex-democristiani, e su un’ipotesi programmatica, che per quanto venga sapientemente coperta da alcuni espedienti verbali, è sostanzialmente moderata? Per questo vi dico con estrema franchezza che se la formazione del nuovo partito democratico dovesse procedere su questi binari, già minati in partenza, si lascerebbe nella politica italiana un enorme spazio vuoto: quello di una sinistra moderna, capace di reinventare il senso di una attuale ispirazione socialista e democratica.Ma prima che le nostre strade si separino definitivamente mi chiedo, se si vuole per davvero muovere verso la formazione di un nuovo partito democratico collegato alla grande famiglia della sinistra europea, se non sia il caso di fermarsi a pensare per riprendere il cammino su basi diverse e più solide. Su basi che si riallaccino per davvero alla nostra comune esperienza precedente.Vi chiedo una pausa di riflessione al fine di rendere più chiaro il percorso e più ampio il consenso verso la costruzione di una formazione politica capace di raccogliere l’eredità positiva del «Grande Ulivo» e della «Carovana» verso la nuova frontiera della politica italiana.Se avrete il coraggio e insieme l’umiltà di fare questo, siatene certi, potrò, assieme a molti altri, riprendere con voi lo stesso cammino. In caso contrario, sarà compito ideale e morale di molti di noi di impegnarsi perché la sinistra in quanto tale non sparisca dal panorama politico italiano. Con affetto e speranza

Achille Occhetto.

 

Fonte: Ilcantiere.org

 

 

Lettera aperta all’assessore allo sport del comune di Casarano.

 

 

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Gentilissimo sig. Morgante,

da cittadino e amante dello sport le scrivo pubblicamente questa lettera, affinché tutti quanti possano intervenire con i loro giudizi e con i loro pareri attraverso il sito dell’amico Eugenio.

Ciò che mi ha spinto a prendere questa decisione di scriverle è stato un episodio capitatomi alcuni giorni fa, all’interno della palestra comunale di contrada Pietra Bianca.

Accompagnavo mio figlio all’allenamento della squadra under 13 di pallamano ed entrato in palestra per dare un’occhiata agli allenamenti, sono rimasto entusiasmato dal clima che si è creato intorno al fenomeno della Italgest Salento d’amare.

In quel momento la squadra che milita nel campionato di serie A Elite, agli ordini dell’allenatore Barrios stava svolgendo alcuni esercizi di straching.

La cosa che più mi ha colpito è constatare quanti ragazzi si stanno avvicinando a questo sport: intorno al perimetro di gioco erano tutti lì a carpire i consigli dell’allenatore ed emulare le gesta dei nostri campioni.

Ho incontrato un amico, nonché dirigente della società che mi ha invitato ad assistere domenica prossima all’incontro casalingo della squadra.

Particolare non trascurabile è che queste partite impropriamente considerate «casalinghe» si svolgono a Lecce, a 45 Km di distanza da Casarano.

Ora, da perfetto profano, quale io sono sull’argomento, mi chiedevo se quest’ amministrazione abbia preso dei provvedimenti per ovviare in tempi brevi al problema.

Il fenomeno pallamano che ha coinvolto un intero paese va analizzato non solo sotto forma di fenomeno sportivo. Bisogna guardare ben oltre l’aspetto agonistico.

Quest’anno la squadra, competitiva a livello nazionale ed internazionale grazie allo sforzo economico della famiglia De Masi che ha allestito un team di successo, ha tutte le carte in regola per potersi aggiudicare lo scudetto di «campione d’Italia». D’altronde i risultati ottenuti fino ad oggi parlano chiaro.

Inoltre la prossima stagione agonistica sarà caratterizzata dall’impegno nelle coppe europee, con un richiamo mediatico a livello nazionale di tutto rispetto, pur facendo le debite proporzioni con altri sport più blasonati.

C’è una concreta possibilità di ricevere in casa le squadre dei club più forti d’Europa, non solo, organizzare tornei a livello di squadre nazionali.

Quindi visibilità mediatica anche e soprattutto per la città che potrebbe approfittarne di questi eventi sportivi per allacciare scambi interculturali con altri paesi europei.

Si creano i presupposti per incrementare il turismo, sul quale si punta molto a Casarano, con l’auspicio di poter ricostruire gradualmente una parvenza di tessuto economico e sociale e dare respiro all’attuale staticità del commercio cittadino.

Ma non abbiamo un palazzetto dello sport per poter fare tutto ciò ed è per questo che ho deciso di rendere pubblica questa lettera, affinché l’assessorato dia una risposta pubblica ai molti cittadini che come me hanno fatto le stesse riflessioni.

Mi rifiuto di credere che all’amministrazione siano sfuggiti questi sviluppi extra sportivi e come spesso succede il treno delle occasioni passa di rado e va preso al volo.

Già l’anno scorso, come amministrazione, avete perso una ghiotta occasione, quando la stessa famiglia De Masi, per esigenze imprenditoriali, aveva chiesto un lotto sulla zona industriale, peraltro senza ottenerlo.

Non vorrei che quello dei treni persi sia diventato lo «sport» preferito per il comune di Casarano.

La risposta:

Assessorato allo Sport

Egr. Sig. Montedoro,

ho letto con interesse le Sue riflessioni in merito alle “imprese” sportive della squadra di pallamano e il conseguente “obbligo” di essere costretta a giocare a Lecce, per mancanza di un contenitore idoneo ad ospitare, in loco, le gare di campionato.

Posto che quello della ITALGEST è stato un “fenomeno” il cui percorso di successi brucianti, non poteva essere minimamente preventivato (appena lo scorso anno la squadra ha militato in A/2 e solo attraverso il meccanismo del “subentro”, acquistando quindi i diritti di altra società, ha potuto disputare il campionato “elite”), certamente Lei sarà a conoscenza che, giusto un anno fa (gennaio 2006), sono stati portati a termine i lavori di ampliamento del pallone tensostatico, per un ammontare di circa 100.000,00 euro, in parte finanziati dalla Provincia di Lecce, proprio per poter consentire alla squadra di disputare le gare del campionato di A/2 a Casarano. Conosciamo bene quindi il problema che investe la squadra, ma proprio il “doppio salto” di categoria, effettuato, a giusta ragione, dalla società, non ha consentito altre soluzioni, se non quella di Lecce.

Stia pur certo che questa Amministrazione non difetta di sensibilità sportiva, né le sfuggono i risvolti “mediatici” e, tanto meno, l’importanza che può assumere per Casarano, la circostanza di avere una compagine che sarà impegnata anche in Europa, nei vari tornei di pallamano.

Parlando però di centinaia di migliaia di euro di investimento per poter realizzare, ex-novo, un palazzetto dello sport, la soluzione non è dietro l’angolo. In un simile contesto, la pubblica amministrazione, da sola, non può permettersi una tale spesa: bisogna ricercare quelle forme di cooperazione e di collaborazione che approdino ad un risultato condiviso e utile per la collettività, nel suo insieme e in questa direzione si sta muovendo la nostra Amministrazione.

Non si tratta qui di treni che si possono perdere o che si sono persi: oltre alla volontà, esiste una programmazione e una ricerca di strade alternative per raggiungere lo scopo. D’altro canto, fino a pochi anni fa, a Casarano non esisteva un contenitore per fare sport, così detti minori, come il basket, il volley e la stessa pallamano. Oggi le esigenze sono mutate. Ma, come in ogni famiglia assennata, bisogna fare i conti con il bilancio, con le disponibilità economiche, prima di affrontare un passo così impegnativo, evitando così di cacciarsi in un tunnel, dove anche la corsa dei treni, diventa prudente per scongiurare deragliamenti…

La saluto cordialmente

Giuseppe Morgante


 

Marzo: 2007
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