Da sempre l’IdV, il partito del Tonino nazionale ha fatto, a ragione, della questione morale un modus vivendi della politica del partito. Peccato però che su questo argomento di attualità nello scenario politico cittadino, vi sia un percettibile accanimento mediatico (anche ieri sul nuovo quotidiano di Puglia l’intervendo diretto di San di Pietro da Trebisacce) contro persone indagate che, fino a prova contraria, sono innocenti. Già un paio d’anni addietro nella nostra Casarano furono messi alla gogna mediatica imprenditori, alcuni di loro noti benefattori, rivelati su giornali e siti locali alla stregua di delinquenti comuni. Oggi, con le dovute proporzioni, si ripete la storia con Ivan De Masi, che, indagato per questioni inerenti la sua sfera professionale, fino a prova contraria è un uomo innocente che non ha commesso alcun reato. Perchè tutti noi dovremmo metabolizzare il fatto che essere indagati non significa essere colpevoli. La giustizia, sulla quale tutti noi riponiamo la massima fiducia, farà il suo corso. Detto ciò vorrei sottolineare che la campagna moralizzatrice di Di Pietro, sulla quale credo tutti siano d’accordo, ha assunto in questa vicenda dei connotati che rasentano il grottesco, come la decisione dell’IdV di non candidare l’imprenditore casaranese. Mettere il veto su De Masi è l’ennesima riprova che la politica locale ha paura di quest’uomo, il quale ha la sola “colpa” di voler mettere in pratica il suo dinamismo imprenditoriale a disposizione della “Res Publica”. La politica casaranese ha paura della meteorite De Masi che cadendo su Palazzo dei Domenicani, provocherebbe l’estinzione dei soliti dinosauri che da più di 15 anni si spartiscono “cacciagione e selvaggina”. Orbene penso che tutti casaranesi si siano stancati delle false promesse e della propaganda sterile. Alla politica del “dire” e dell”Apparire” si sostituisca quella del “fare”, senza tanti proclami in pompa magna che non conducono mai a nulla di concreto. Al buon Ivan De Masi non gli resta che lasciare stare i partiti e formare un movimento cittadino che sia libero da tutti gli “ismi” e dalle ideologie preconcette. Uomini di buona volontà, di destra, di sinistra, di centro, di sopra e di sotto, disposti a lavorare tutti insieme per il bene comune, peril cambiamento, quello vero e non quello demagogico. Riportare su basi solide il rilancio dell’economia di un paese ormai alla deriva.
…..a Gabriele Muccino ed il suo “Sette anime”, il film che nelle sale sta riscuotendo più successo di tutti. Per noi italiani un motivo in più per essere orgogliosi di una pellicola girata interamente in america, con attori americani, ma con la regia italianissima. Ancora una volta il binomio Muccino-Smith ha funzionato e dopo “La ricerca della felicità” ecco qua un altro capolavoro. Veramente un bel film che consiglio di andare a vedere. Ben Thomas (Will Smith), un ingegnere aerospaziale, che ha studiato al MIT e che apparentemente sembra una persona felice e cordiale si spaccia come funzionario del fisco per poter avvicinare delle persone in difficoltà a cui vuole dare aiuto, pur di poter espiare una colpa che lo lacera da tempo. L’unico a conoscenza del suo piano e il suo miglior amico Dan (Barry Pepper), che non sembra affatto d’accordo con il mezzo scelto dal protagonista per completare la sua opera di redenzione, mentre il fratello (Michael Ealy), il vero esattore, lo cerca più volte per riuscire ad ottenere una spiegazione plausibile al fatto che si sia estraniato dalla sua vita, vendendo addirittura la propria villa. Nessuno sembra riuscire a fermare Ben, che passa le sue giornate ad assicurarsi di aver scelto le persone giuste da far felici, come ad esempio Ezra (Woody Harrelson), il lavoratore non vedente del call center, oppure in ospedale per analisi e visite. Proprio tra i pazienti, però, conosce e si innamora di Emily (Rosario Dawson), una ragazza dolcissima, che ha assoluto bisogno di un trapianto di cuore, ma che, a causa della scarsa compatibilità, rischia di non averlo. Il cast di attori è di tutto rispetto: oltre a Smith, c’è l’attrice emergente Rosario Dawson, poi Woody Harlenson ( era il marito di Damy Moore in “Proposta indecente”) e Berry Pepper ( era nella “25ª ora” di Spyke Lee). Volevo sottolineare il fatto che tantissime recensioni autorevoli, di siti “specialisti” riportano clamorosamente tutte lo stesso errore. Tutte quante raccontano di Ben che è un esattore delle tasse con manie suicide. Non c’è nulla di più falso.
Seguo con interesse tra le righe del sito “tuttocasarano” la querelle politica che si è venuta a creare circa il presunto conflitto di interessi che graverebbe sull’ ipotetica e non ancora confermata candidatura a Sindaco di Ivan De Masi. Associazioni neonate ed altre già esistenti, schieramenti consolidati sia di destra che di sinistra stanno vivacizzando il dibattito intorno a questa questione. Una campagna elettorale, iniziata anzitempo sul web, che fra qualche mese deciderà chi governerà la nostra città per i prossimi 5 anni. Intanto un dato di fatto, che esula dal discorso delle candidature, riguarda non tanto la sostanza quanto la forma di questa sorta di tribuna elettorale telematica . Oltretutto ci fa riflettere su come siano cambiati i tempi ed i modi di fare politica, soprattutto dopo l’avvento dei nuovi mezzi di comunicazione come Internet. Ricordo molti anni addietro quando da un megafono di una vecchia Fiat 600 si annunciava il “comizio”. Questa parola ormai in disuso e demodè. La lotta politica era serrata ed anche noi Casaranesi avevamo i nostri Don Camillo e Peppone che erano rappresentati da due personaggi dal peso politico, sia a livello locale che nazionale, che pochi hanno avuto in seguito. Mi riferisco all’onorevole Mario Toma del Partito Comunista e all’onorevole Luigi Memmi della Democrazia Cristiana. Lo scontro politico avveniva faccia a faccia e non a colpi di comunicati stampa. Si setacciavano tutti i quartieri della città e c’era il dialogo con la gente. Se pur discutibili, indubbiamente erano altri tempi ed altri modi di intendere la politica. All’epoca i candidati al seggio di “consigliere comunale” non avevano un ruolo passivo, come quelli di oggi. Facevano dei comizi nei quartieri popolari. Era gente che sapeva parlare, preparata politicamente, magari senza scuole. Fra questi ricordo benissimo, pur essendo all’epoca poco più che un adolescente, alcuni discorsi del compianto Giovanni Coletta, che dall’alto della sua 5ª elementare sfoderava saggezza politica e culturale, oltre che un’intelligenza straordinaria che oggi il più brillante dei laureati non si sognerebbe di raggiungere minimamente. D’altronde non è la scuola che forma l’uomo di cultura. “L’uomo più saggio che io abbia mai conosciuto non sapeva ne leggere ne scrivere”: scrisse del nonno paterno analfabeta il premio Nobel per la letteratura Josè Saramago. Purtroppo, aldilà del “credo” politico di ognuno, sarà la prima campagna elettorale cittadina, dopo tanti anni, priva di uno degli attori protagonisti. Coletta apparteneva a quella categoria di uomini che hanno fatto della coerenza politica e dell’onestà intellettuale un “modus vivendi”, nemico acerrimo dei lacchè al soldo dei quei vecchi marpioni della politica cittadina che da anni si sono stabiliti al posto di comando. Gli stessi che hanno congiurato contro di lui e lo hanno allontanato per diverso tempo dalla politica attiva. Dico questo perché, dopo personaggi di tale spessore, il mio augurio è che non si ripresenti di nuovo l’armata Brancaleone di cinque anni addietro. Il consiglio per tutti coloro che hanno voglia di mettersi in gioco in questa tornata elettorale è di farlo seriamente, con personalità, passione e spirito di abnegazione. Avere idee chiare ed innovative su cosa fare per far funzionare al meglio e per “tutti” la macchina organizzativa della “Res Pubblica”. Proprio come le antiche dottrine dei filosofi greci, è necessario sposare la filosofia che al centro di tutto c’è l’uomo, in questo caso il cittadino. Ma soprattutto auspico per il bene di tutti l’estinzione di quei “Dinosauri” che da più di un ventennio stazionano su Palazzo dei Domenicani per dare finalmente spazio ad una nuova classe dirigente fatta di giovani brillanti e dinamici con la voglia di “fare”. Quei giovani che Coletta amava ed apprezzava ai quali culturalmente e politicamente ha insegnato molte cose.
I tagli del governo all’ eco sostenibilità domestica.
Pubblicato 11 Dicembre 2008 Energia 4 Comments
di Pino Montedoro
Si sente parlare sempre più spesso di ambiente eco sostenibile e ciò è inevitabilmente legato ad un altro aspetto che va a braccetto con questo argomento. La crisi energetica, la salvaguadia dell’ambiente che ci circonda e le varie ed eventuali soluzioni da adottare. Il tutto riconducibile ad un contesto produttivo, ma soprattutto “innovativo”. Oggi l’innovazione è tutto.E’ la “mission” di ogni azienda, almeno quelle serie. Stare sul mercato ed essere allo stesso tempo innovativi e competitivi è come fare i “100 metri piani” in 9 secondi, quando gli altri ci impiegano il doppio. Pensare il futuro quotidiano recita una famosa pubblicità. Ed il futuro quotidiano può passare anche attraverso le scelte di ognuno. Tanto per iniziare, potremmo, nel nostro piccolo, contribuire alla nostra personale eco sostenibilità, quella domestica di tutti i giorni che salverà il pianeta. Ad esempio si è conclusa da poco una fiera a Rho (Milano), denominata fiera dell’Artigianato. Circa tre milioni di visitatori e, considerando la difficile situazione che attraversiamo, un successo inaspettato. Ad incuriosire il pubblico è stato soprattutto il padiglione di “Ecoabitare” dove c’era esposta “Rebecca” che non è una bellissima fotomodella, ma una casa prefabbricata eco sostenibile all’80%. Autonoma quasi del tutto dal punto di vista energetico. Sul tetto un sistema di pannelli fotovoltaici che hanno la funzione di alimentare l’impianto di illuminazione a led ed il riscaldamento. Fin qui quasi nulla di straordinario se non fosse che “Rebecca” è dotata anche di un efficacissimo sistema di recupero e depurazione dell’acqua piovana. La casa eco sostenibile è’ composta da materiali che ne garantiscono il massimo risparmio energetico ed emissione di CO2 inferiore al 78%. Ma esaminiamo, in termini di numeri, quali sono i vantaggi da qui a 20 anni per chi acquista “Rebecca”. Quasi 40 mila euro di risparmio sui consumi energetici. Circa 20 mila euro di guadagno risulteranno dalla vendita di energia fotovoltaica all’ente gestore. 27 mila euro saranno risparmiati grazie all’impianto di recupero e purificazione delle acque piovane. Insomma un cospicuo vantaggio per il nostro portafoglio ma anche per l’ambiente circostante. In un clima decisamente sereno non sono mancate però le polemiche soprattutto per la decisione del governo Berlusconi di tagliare i fondi per la detrazione del 55% sugli interventi di riqualificazione energetica. Molte imprese che esponevano a Milano Fiere sono state colpite direttamente da questo provvedimento e sono preoccupate per il futuro. Purtroppo vengono tolti gli incentivi che accontentavano sia il fornitore che il cliente, laddove invece dovrebbero essere aumentati. Per il bene comune, per il nostro ambiente e per l’economia.

di Maria Vittoria Montedoro ( 9 anni e mezzo)
Tra gli antichi, nella Mesopotamia i Sumeri furono il primo popolo che imparò l ‘ arte della scrittura; con caratteri cuneiforme , cioè a forma di chiodi . Oggi la scrittura è cambiata e per scrivere usiamo le lettere e le punteggiature, fondamentali per scrivere. Ci sono tre caratteri che si possono usare: il corsivo, lo stampato e lo stampato minuscolo. Di solito si impara a scrivere, ma anche a leggere a scuola e si possono scrivere testi, racconti,lettere, piccoli biglietti, numeri ecc. SI può scrivere anche con il computer via e- mail , fax, telegrammi e altro, ed è proprio questa la nostra rovina . Oggi scrivono tutti con il computer dimenticandosi la vecchia maniera : “ carta e penna”, questa è una cosa molto brutta perché si vede originalità nelle persone che preferiscono un foglio e una penna, ad un computer. Dico, come si fa a spedire un messaggio con una e-mail?, sarebbe come se uno tentasse di scrivere e dietro a lui una gomma che cancella. Spero che come me ci sia qualcun’altro che usa: “la maestosa arte della scrittura”, e che a volte fa a meno dell’elettronica. Perché oggi possiamo dare tutto per scontato e ci chiediamo come facevano gli antichi senza usare quella “scatola che scrive” che si chiama computer. Io direi che senza la scrittura bisognerebbe sempre usare le parola ed in certe circostanze è meglio scrivere. Tuttavia c’è chi farebbe a meno delle lettere, ma no! Non dobbiamo fare così perché la scrittura è un arte come la pittura, pennello e tempere si sposano e stanno bene insieme, anche foglio e penna si sposano e danno vita a sentimenti, amore, fantasia ed immaginazione, qualcuno non ha nessuno di questi sentimenti o doti e tende a restare alla larga da chi invece le ha. Sono ancora molto piccola, forse lo sono troppo per scrivere queste cose ma spero di diventare una scrittrice perché è un sogno che vale la pena inseguire, scrivere e regalare emozioni, ma se questo sogno sarà solo chiuso in un cassetto mi limiterò a scrivere per chi mi è vicino e soprattutto per chi mi vuole bene.
VECCHIE E NUOVE ECONOMIE. INSIEME PER CREARE “VALORE E VALORI”
Pubblicato 6 Dicembre 2008 Attualità , Energia , Politica , Spettacolo Leave a CommentDi Ivan De Masi
Tra le cose che ho imparato nella mia giovane carriera di imprenditore ce n’è una che tengo sempre presente: quando si parla di economia e si vogliono portare in discussione argomenti seri bisogna documentarsi e supportare con dati oggettivi le proprie idee e le proprie riflessioni. Spesso mi è accaduto che, proprio questo processo di acquisizione dati, mi abbia indotto a modificare la mia posizione iniziale, presa magari sull’onda emotiva di una notizia rilevante. Nel mettermi al computer per questo secondo articolo, che dedicherò a tematiche legate allo sviluppo – e non si può parlare di sviluppo senza formazione e capitale umano, che hanno come obbiettivo finale la qualità della vita della persona – mi è venuta in mente una massima di Albert Einstein che più o meno diceva che non si può pensare di risolvere i problemi con la stessa mentalità con cui sono stati creati. Nel mio intervento del 5 novembre scorso scrivevo che la crisi economica globale che sta percorrendo il mondo intero, rende simili i problemi di ogni società. Oggi, evocando l’aforisma del grande teorico della relatività, aggiungo che questi problemi andrebbero affrontati con modalità tecniche precise, come l’analisi, le comparazioni, la valutazione degli strumenti, il contesto generale modulato su quello locale. Se si giudica soltanto da un punto di osservazione distaccato, se non addirittura puramente teorico, questa crisi sembrerà uno scoglio insuperabile; ma se, nel nostro piccolo, segmentiamo il problema in tanti piccoli problemi da sviscerare e capire uno per volta, sarà più facile venirne a capo. Faccio un esempio ravvicinato, per motivi di metodo. Secondo il Rapporto Svimez 2007, la provincia di Lecce si trova al 99/mo posto tra le 103 province italiane, solo Foggia, Agrigento, Enna e Crotone stanno peggio dei salentini; il nostro pil è di 15.601 euro: fatta base 100 l’Italia, la percentuale è di poco sopra al 60; infine Lecce è scesa di una posizione rispetto al 98/mo posto del 2006. Leggi i dati così e ti viene lo sconforto, però se vai dentro ai parametri finali disaggregati e analizzi tutte le componenti che determinano un Pil territoriale, forse scopri fatti e situazioni che non t’aspettavi, nel bene e nel male. Nel bene, che ci sono aziende, scuole di formazione, consorzi e politiche di enti locali che già viaggiano a livelli lombardi e che hanno potenzialità irlandesi; nel male che abbiamo ancora una burocrazia borbonica e, quel che è peggio, infrastrutture vergognose, quasi da terzo mondo. Secondo gli indicatori elaborati dall’Istituto Tagliacarne, all’inizio degli anni Novanta la Puglia era caratterizzata da un ritardo infrastrutturale generalizzato, con la sola eccezione dei porti e relativi bacini di utenza; ebbene, a distanza di 14 anni da quel rilevamento, il ritardo è aumentato per strade, aeroporti e relative strutture nonché per reti telefoniche e telematiche. Quanto incide sul Pil salentino il ticket che Scarlino, per citare un’azienda agroalimentare del Salento che oggi si colloca ai primi posti in Italia nel suo segmento produttivo, è costretto a pagare ai suoi competitori del nord per i mille chilometri di distanza che deve percorrere con queste infrastrutture? Secondo la Banca d’Italia, la redditività del capitale investito delle imprese pugliesi è in media diminuita dall’8,8% nel quadriennio 1995-98 al 4,1% in quello 2003-06. Buona parte della responsabilità di questo calo è, a mio avviso, estranea alla capacità e al coraggio degli industriali pugliesi. E allora, senza perderci d’animo, cerchiamo di migliorare quello che dipende da noi, a cominciare dal fare massa critica verso i politici che devono risolvere il macroproblema infrastrutturale. La parola lobby non deve fare paura quando ha per obiettivo interessi generali. Questo ragionamento introduce uno dei temi che, in ambito economico, mi sta più a cuore e sottintende la vocazione principale della mia formazione aziendale: l’innovazione. Nel mio caso, come sanno tutti, si tratta di innovazione a 360 gradi, dai sistemi informatici alle fonti rinnovabili, passando per l’architettura sostenibile e la salvaguardia del mare. L’innovazione è una premessa ormai indispensabile per avere successo nell’era globalizzata in cui viviamo. Si prenda il tessile abbigliamento calzaturiero, croce e delizia della nostra area casaranese. Ebbene, il calzificio Megatex di Melissano ha fatto registrare nell’ultimo triennio fatturati in crescita tra il 5 e il 7%, quasi esclusivamente in virtù di tre nuovi brevetti (calza antibatterica, ad alto isolamento termico ed antisudore) tutti e tre frutto di ricerca interna realizzata grazie all’intelligenza e alla lungimiranza di Enzo Benisi, in sinergia con la Facoltà di Ingegneria dei materiali dell’Università di Lecce. Automazione dei processi produttivi e formazione mirata alle funzioni di controllo di qualità sono state alla base di un percorso che in 20 anni ha portato Megatex ai vertici in Europa. E potrei continuare con gli esempi in svariati settori produttivi e dei servizi. Qui abbiamo, grazie a madre natura, talenti straordinari, giovani che hanno una gran voglia di misurarsi con il mercato dell’intelligenza e della preparazione a cui però vengono date poche opportunità e si vedono costretti ad emigrare. È necessario che le imprese salentine si attrezzino sempre meglio, in chiave innovazione, per progettare, produrre e distribuire prodotti ad alto valore aggiunto, puntando sui fattori della qualità, tecnologia, design e dei nuovi materiali. Un ruolo importante e spesso sottovalutato in questi processi di trasformazione, lo riveste proprio la formazione professionale. Ed ha ragione Franco Surano che, a conclusione di un recente convegno su “Innovazione e formazione delle risorse umane nel sistema Moda”, organizzato dalla scuola di formazione della Cisl al Cisi di Casarano, ammoniva che “servirebbero anche corsi di formazione per gli imprenditori, perché si è ormai compreso quanti danni ha creato investire in strumenti finanziari speculativi……. si torni a riservare le risorse alla crescita e all’innovazione degli impianti produttivi e dei servizi”. Un altro elemento di ritardo, per chiosare Surano, è rappresentato ancora dalla figura “faccio tutto io” dell’imprenditore di prima generazione. In molte delle nostre aziende è il titolare che si fa carico di ogni funzione manageriale, come se delegare pezzi di responsabilità della filiera aziendale ad altri, fosse un rischio e non una necessità funzionale. Nei comparti industriali tradizionali la redditività del capitale investito, che negli anni Novanta aveva raggiunto livelli elevati, ha mostrato un netto rallentamento negli ultimi quattro. Secondo Bankitalia, in presenza di un calo della redditività, le imprese operanti nei settori tradizionali hanno ridotto la quota di valore aggiunto reinvestita, pari alla somma degli ammortamenti, degli accantonamenti e degli utili non distribuiti, dal 28 al 9%. Mentre il peso del costo del lavoro sul valore aggiunto è invece cresciuto dal 50 al 72%. Al contrario, settore della meccanica la redditività del capitale investito, che in una prima fase si collocava su livelli più contenuti, è aumentata attestandosi in media al 5,2% nell’ultimo quadriennio. Sapete perché? Perché in questo comparto è stata immessa una massiccia dose di innovazione, mentre il Tac è rimasto sostanzialmente fermo, quasi shoccato dalla violenta emersione di competitori orientali. La pressione competitiva che le imprese hanno dovuto fronteggiare è divenuta più intensa, alimentata dall’entrata nei mercati internazionali di produttori provenienti dalle economie emergenti, favoriti dai minori costi del lavoro, in particolare nei settori a basso valore aggiunto. Nel 2005 l’incidenza della spesa in ricerca e sviluppo sul prodotto in Italia è stata pari all’1,1% (0,8% nel Mezzogiorno), simile a quella di dieci anni prima e significativamente inferiore alla media della UE che è dell’1,8%. In particolare, non è italiana nessuna delle 21 regioni europee che hanno raggiunto l’incidenza del 3 per cento, prevista dagli obiettivi di Lisbona per il 2010. Secondo un sondaggio della Banca d’Italia presso un campione di circa 4.000 imprese con almeno 20 addetti, la principale modalità di innovazione tecnologica consiste nell’acquisizione di software o macchinari innovativi dall’esterno, che negli ultimi tre
anni ha riguardato circa il 53% delle aziende. L’utilizzo di forme di innovazione è più diffuso tra le grandi imprese e nelle regioni del Nord. Allora? Ancora una volta ci mettiamo a piangere e ad invocare miracoli dall’alto? Ma neache per sogno! Io sono nato in una città che ha fatto della somma tra intelligenza imprenditoriale e innovazione la sua forza motrice per oltre 50 anni nell’ultimo secolo. Luigi Capozza, tra i primi e più grandi imprenditori salentini, fece delle innovazioni il fattore critico del suo successo, mettendole allo stesso tempo al servizio dell’intera popolazione, casaranese e salentina, sia creando posti di lavoro, quindi benessere, sia offrendo nuovi servizi. Era un visionario (caratteristica che accomuna tanti nostri imprenditori), anticipava il futuro: come abbiamo appreso in un articolo pubblicato sul Tacco d’Italia di qualche tempo fa, a firma di un giovanissimo studioso casaranese, Marco Sarcinella, Capozza aprì uno stabilimento per la produzione dell’alcool e del cremor tartaro, considerato il più importante del Salento, produceva ghiaccio, costruì un mulino, fondò la prima squadra di calcio casaranese, addirittura, notizia sconosciuta anche ai nostri concittadini, introdusse l’energia elettrica nel paese, producendola e mettendola a disposizione gratuitamente della cittadinanza. Sapete come produceva l’energia? La ricavava dalla combustione degli scarti che si faceva portare da tutto il paese! 150 anni fa Casarano produceva energia rinnovabile, unica nel panorama del Sud Italia! Una tradizione che abbiamo dimenticato. L’energia serviva per le sue fabbriche, è vero, ma proprio da questa attenzione Casarano trasse enormi benefici.
E ancora intelligenza e innovazione hanno aiutato Antonio Filigrana ad inventarsi un laboratorio, poi un capannone, poi una fabbrica infine un piccolo impero che ha trainato decine di altri casaranesi coraggiosi a realizzare, dietro di lui, un vero e proprio distretto calzaturiero, con benefici ingenti sull’indotto. La prima fabbrica della Filanto ha permesso la crescita della società casaranese. Ha fatto sì che crescesse la domanda di formazione scolastica per le nuove generazioni, ma ha anche creato una nuova classe di lavoratori, un preziosissimo fattore umano sul quale fare sicuro affidamento, tanto da essere tra i motivi più convincenti che ci ha fatto decidere di investire in un processo di riconversione. I tetti di 24 mila metri quadrati di capannoni, simbolo melanconico di un’era industriale quasi esausta, si trasformeranno in una centrale fovoltaica. All’interno del perimetro dello stabilimento si assembleranno pannelli fotovoltaici e si produrrà energia da olii vegetali. Grazie a questa riconversione, cosa ben più importante di tutte, si riassorbiranno centinaia di persone, come certificato dall’impegno ufficiale stilato in Prefettura a Lecce. Non sembri presuntuoso, ma nella nostra remota Casarano abbiamo posto le basi per dare risposta concreta ad uno dei punti di forza della campagna elettorale di Barack Obama in America. Quando a Denver il leader dei Democratici annunciava che avrebbe trasformato le vecchie fabbriche abbandonate, in aziende vive per la produzione di pannelli solari, aereogeneratori e bioconbustibile di nuova generazione, quasi non credevo a ciò che stavo sentendo…… Mi piace pensare che questo nostro impegno si innesti nel solco di una mentalità tutta casaranese. A mio avviso agli inizi del secolo scorso e via via nei decenni successivi è sorto un miracolo di vivacità imprenditoriale che ha dato sfogo e fatto emergere la vera caratteristica dei casaranesi, portando ad avere tanti altri piccoli imprenditori e persone con la voglia di impegnarsi, dare qualcosa, lasciare un segno. Perché, e l’ho appreso negli anni dai racconti sentiti in famiglia e dai discorsi che mi piaceva ascoltare dalle persone di una certa età, la vera grande caratteristica della classe imprenditoriale casaranese, il “guizzo” che l’ha distinta e ha fatto grande l’intero Salento, è stata proprio questa capacità di innovare: faceva innovazione tecnologica chi modificava con un fai da te il macchinario per rispondere ad una determinata esigenza produttiva; faceva innovazione nello stile chi viaggiava e ricercava modelli e materiali per le calzature; faceva innovazione di processo chi modificava la manovia per renderla più veloce e produttiva. Ciascuno, nel suo piccolissimo, è stato un innovatore e tutti insieme, hanno creato il “miracolo” del settore Tac. Questo ci ha fatto grandi. In Italia, in Europa, nel mondo Questa è l’inconfutabile storia recente della nostra comunità! Oggi non basta più. Oggi serve un cambio di mentalità, un nuovo e più possente “guizzo”, che guarda caso riparte dai nostri “cervelli”, dalla nostra creatività. Su quale capitale dovremo investire fino al 2020? E che cosa dovremo capitalizzare per rafforzarci, allo stesso tempo riposizionandoci non nel Salento, non solo nel nostro tessuto produttivo, ma nel contesto globale? La chiave di valorizzazione che si cerca da più parti nel mondo è quella del “capitale umano”. E’ questo il nostro più grande tesoro. Su questo si giocherà la partita più grande e più rischiosa, su questo gli altri misureranno la nostra vittoria o sconfitta. Il nostro migliore capitale, la persona, ci sta sfuggendo dalle mani. Dobbiamo riprenderlo. Come? E qui mi collego alla riflessione principale dell’articolo precedente quando indicavo nella cultura un’”infrastruttura” solidissima su cui contare per crescere. Io immagino un nuovo Umanesimo, la nostra città come il luogo in cui sia la persona l’obiettivo primario di ogni scelta; immagino piccoli nuclei universitari decentrati in cui i giovani studino, vivano e facciano sport come succede nelle nazioni più avanzate della nostra; immagino strumenti finanziari anche molto modesti che, come quelli messi in campo dalla giunta Vendola, aiutino i primi passi per realizzare un progetto pensato da una donna, altrimenti “condannata” a non far nulla; immagino una burocrazia amica che non si metta di traverso perché, lo dico con rispetto ma lo dico, a volte sono proprio i burocrati a scoraggiare, ben oltre il groviglio di norme che gestiscono. La formazione al primo posto, dunque, che sia agevolata e nutrita dalla storica vocazione del territorio a crescere e, come dimostrato dalla nostra storia, ad anticipare tendenze. La costituzione a Casarano di un “Polo tecnologico” che proprio in questi giorni sta dando conto dei suoi primi risultati, ci parla di questa stretta interconnessione tra le imprese e i saperi, tra gli imprenditori e l’Università e i centri di ricerca, aprendo uno scenario di forte sinergia con scuole di formazione manageriale d’eccellenza. Dobbiamo favorire la creazione di luoghi, non solo fisici, dove sia agevole comunicare, accrescendo la conoscenza. Così si sviluppa il capitale umano. Oggi ci troviamo di fronte ad un salto di mentalità che sfocia in una vera e propria cultura diffusa; ieri al bar, gli uomini parlavano di calcio e di donne, oggi parlano di rapporti fra le forze politiche, di affitti, di terreni, di problemi e di soluzioni. A volte anche a sproposito, ma che importa (chi, poi, ha il diritto di stabilire che cosa va detto e che cosa no), si sta riconvertendo ancora una volta il territorio, perché ci sono delle nuove idee che circolano. Gli immobiliaristi che in passato vendevano solo appartamenti oggi stipulano le prime opzioni e i primi contratti di affitto di terreni per realizzare un impianto solare, eolico, fotovoltaico o addirittura per riconvertire vecchie coltivazioni. Ciò vuol dire che perfino la più conservatrice delle categorie produttive, l’agricoltura, guarda con gli occhi della modernità ai processi odierni. La gente legge i giornali, naviga in internet, segue i dibattiti in televisione, si aggiorna, viaggia, compara e si arrabbia pure quando si domanda perché noi dobbiamo restare indietro. L’impatto economico del comparto culturale sulla vita di un territorio, di cui ho parlato a lungo un mese fa, insieme all’innovazione al cambio di passo, costituiscono un’opportunità primaria che solo i miopi non vedono e che solo i cinici trasformano in conflitti……o addirittura in conflitto d’interessi!!! Concludo con un piccolo ricordo personale, collegabile al salto culturale già effettuato. Il mio papà fumava, ed era normale che lo facesse davanti a Paride e me, bambini, nessuno obiettava nulla, neppure quando gettava per strada il pacchetto di sigarette accartocciato, dopo essersi acceso l’ultima. Nessuno di voi, oggi, si sogna di avvolgere nel fumo un bambino e se gettate per strada il pacchetto vuoto davanti ad un bambino, siate certi che sarà proprio quel bambino a rimproverarvi, perché la scuola e la famiglia lo stanno formando a questi princìpi. Culturalmente sta cambiando questo territorio, la nuova generazione ha lo stesso dna dei padri, chiede solo opportunità per dimostrarlo. Nell’articolo del 5 novembre ho espresso concetti semplici e chiari, con una certa idealità di cui non mi vergogno. Non ho paura di esternare i miei sogni anche se ribadisco di non rinunciare alla concretezza. In quell’articolo ho detto pure che non farò differenze fra me stesso e il personaggio percepito all’esterno, così da confondere chi mi ascolta. Per esempio: si può trasformare questa grande e straordinaria zona del Salento, con epicentro Casarano, in una nuova terra promessa della ricerca e dell’innovazione? Secondo me si può. Ma, più in generale, dobbiamo avere il coraggio di tirar fuori quello che abbiamo ereditato, orgoglio della terra che ci fa apparire a volte arroganti, ma anche l’umiltà di averla lavorata per secoli, la solidarietà innata ma anche l’individualismo creativo, la capacità di adattarci ad ogni difficoltà ma anche la consapevolezza di meritare di più perché non ci sentiamo secondi a nessuno. Infine, quel pizzico di vantaggio generazionale che mi permette di essere ancora più ottimista poiché credo in una modalità che, probabilmente, i nostri padri non apprezzavano: lavorare insieme, fare gruppo, aiutarsi per un obiettivo comune. Secondo me si può! Vi dò appuntamento al prossimo 5 gennaio e colgo l’occasione per augurare a tutti Buon Natale e Felice 2009.
Nel giorno in cui scrivo quest’articolo Obama, l’uomo che ha conquistato il cuore della maggioranza degli americani facendo ruotare il suo vastissimo ed articolato programma intorno ad una parola che rappresenta il solo fulcro, il concetto unico, l’idea-guida: discontinuità. Il pensiero politico di Obama non taglia soltanto i ponti con il passato di Bush, ma s’incanala lungo una direttrice autenticamente innovativa. Ogni americano avrà l’assistenza sociale, anche se non è assicurato, i soldati torneranno dall’Iraq entro due anni, il pianeta terra si salverà grazie alle risorse naturali per la produzione di energie alternative, quelle prodotte utilizzando il vento, il sole, la terra. Ho letto e riletto il discorso che il neopresidente ha fatto a Chicago appena il risultato è stato ufficializzato per l’emozione che generavano parole semplici e concetti chiari, come unione d’intenti, progettualità, patriottismo, energia vitale. Sarò un sognatore, ma questo passaggio fondamentale della storia contemporanea, come certamente è l’elezione di un presidente nero per gli Usa, ha rappresentato per me una ventata di aria fresca che mi fa guardare con ottimismo e voglia di fare al mio futuro prossimo. Osservare grandi avvenimenti e grandi personaggi non significa banale voglia di emulazione ma, nella consapevolezza del proprio contesto, territoriale e personale, vuol dire non avere timore di pensare alto, di misurarsi con sfide difficili, di correre consapevolmente il rischio.
Obama ha vinto per tanti motivi, uno dei quali è perché conosceva bene i suoi concittadini e aveva limpida davanti a sé la visione reale della condizione della sua gente.
Ha senso evocare queste riflessioni, sorte spontaneamente solo perchè ho iniziato a scrivere un articolo il 5 novembre? Io dico di sì perché se una persona che vuole comunicare concretezza lascia a casa la sua fantasia e i suoi sentimenti per indossare i panni di circostanza, prima o poi confonderà se stesso con il personaggio che interpreta e chi lo ascolterà non saprà più a chi credere. La crisi economica globale che sta percorrendo il mondo intero rende simili i problemi di ogni società. Se gli americani piangono per l’abnorme esposizione bancaria dovuta a mutui contratti allegramente, l’Europa si trova alle soglie della depressione e perfino la Cina si avvia a vedersi quasi dimezzato il suo imponente (e irraggiungibile) Pil nel 2008. La folata di vento fresco proveniente dall’elezione di Obama in America è servita anche a rischiarare ulteriormente il panorama del mio perimetro abituale, consentendomi di osservare la nostra città con maggiore fiducia.
Stiamo assistendo in questi ultimi mesi all’esperienza, che potrebbe essere esaltante, di generazione del progetto di sviluppo futuro di una porzione di territorio, parliamo del basso Salento, individuato con il nome di “Area Vasta”. Un progetto che vede Casarano addirittura in anticipo su Lecce.
A questo, Casarano è arrivato dopo anni di lavoro e da questo deve ripartire.
Ho letto la proposta progettuale del “Salento 2020”, cioè il disegno, lo schizzo, che vedo diventare sempre più vicino ad un “progetto esecutivo” (e concedetemi la metafora proveniente dalla mia formazione, che mai rinnegherò e dalla mia esperienza di imprenditore del settore edile). Un disegno, dicevo, quello del Salento 2020, che accoglie le istanze più diverse e che ha dato la possibilità ad opinion leaders, esperti, semplici cittadini, di poter dire la propria.
Non starò qui ad illustrare le buone idee di questo progetto. Negli anni futuri i cittadini dei 60 Comuni, di cui Casarano è capofila, agendo come una vera e propria sub-provincia, ne apprezzeranno la bontà come ho potuto fare io.
L’innovatività. Vorrei qui parlare di quanto registro giorno per giorno accanto alle persone che, come me, da semplici cittadini, cercano di capirne di più, sentendosi spesso esclusi. Sto parlando della voglia di coinvolgimento dei casaranesi che forse a volte non ha trovato accoglimento. La voglia di sentirsi veramente protagonisti, al centro di un momento che da più parti, dalla stessa amministrazione, da Istituzioni ed Enti di tutta Italia, anche da varie università americane ed europee, veniva additato come “unico”, “innovativo”, “vincente”, “storico”. I casaranesi sono persone fiere: e io sono fiero della mia salentinità. E quando qualcosa di buono viene compiuto voglio essere il primo a plaudirne. Sono un uomo di squadra, in fondo: comprendo quindi la voglia dei casaranesi e dei cittadini del basso Salento di sentirsi parte di un progetto vincente disegnato da loro, per loro. Parlo di maggiore comunicazione, di concetti espressi con semplicità, di capacità di parlare di obiettivi e risultati ottenuti. Una squadra vincente: e che cos’è una comunità armonica di cittadini se non un insieme più o meno ampio di persone dove ognuno ha il proprio obiettivo chiaro, il proprio ruolo, gli obiettivi da raggiungere e chiaro il metodo da seguire per farlo?
Ci aspetta dunque un periodo esaltante in cui Casarano, più di ieri, avrà un ruolo centrale all’interno dell’intero “sistema Salento”.
Sarà quello il momento in cui alcune istanze dei cittadini dovranno trovare risposta: la voglia di aggregazione, di momenti culturali che contribuiscano a rafforzare la propria identità di cittadini, il bisogno dei ragazzi di trovare occasioni di apertura con l’Europa, con il Mondo.
Mi fermo quindi qui al punto numero uno del progetto di Area vasta, quello che riguarda proprio la cultura, un argomento che mi sta particolarmente a cuore.
Non c’è sviluppo industriale, produttivo, sociale, se di pari passo questo non è accompagnato da una forte proposta culturale che contribuisca a costruire l’identità di un territorio.
Il Salento ha una forte vocazione artistica. Qui sono rappresentati tutti i generi musicali ai massimi livelli, dalla lirica al pop al rock (dando per assodato il prodotto “pizzica”); il cinema e il teatro raccolgono riconoscimenti internazionali; salentini sono alcuni artdesigner di maggiore prestigio, come Antonio Romano, ecodesigner come Valentina D’Andrea, i prodotti d’artigianato sono celebri per la loro unicità. Proprio il progetto di Area vasta individua tra le “minacce” del settore culturale quella di essere identificati in maniera stereotipata, come territorio, con la pizzica da sagra, o ancora peggio quale terra dei veleni!
Il settore culturale e la buona comunicazione, devono elevare il livello qualitativo dell’offerta e diventare elemento forte di marketing territoriale. E’ quanto Confindustria Lecce sta portando avanti fin dall’insediamento del presidente Piero Montinari e del direttore Antonio Corvino.
Una prima proposta. Credo sia arrivato il momento di fare un passo ulteriore per promuovere, ad esempio, l’arte contemporanea. A questo proposito Il Sole-24 ore Sud ha suggerito, di recente, a Confindustria Lecce e amministrazioni locali salentine, di individuare un sito da destinare ad un museo permanente di arte contemporanea, sulla spinta di una grande mostra in corso di organizzazione, con un piccolo anche se significativo, numero di artisti di ottimo livello. Bene. Facciamo un passo avanti. Non mancano nel Salento i vecchi opifici, veri e propri capolavori di archeologia industriale, da riconvertire e destinare a contenitori di esposizioni permanenti.
Mi vengono in mente la Cantina cooperativa di San Giuseppe, a Casarano; o il vecchio castello di Brindisi e la lingua di terra nel mare. Ma sono solo due esempi di contenitori storici, oppure, volendo guardare al passato prossimo, nel capo di Leuca i grandi calzaturifici abbandonati potrebbero accogliere nuovi fermenti culturali, un nuovo modo di “produrre”, rappresentando contemporaneamente un momento unico di riflessione sui vecchi modelli di sviluppo e sulle nuove tendenze, basati sulla sostenibilità ambientale, sul progresso armonico della società, sulla crescita della persona, sull’integrazione culturale, sfruttando quel serbatoio inesauribile rappresentato da Giovani. Casarano è, dopo Lecce, la città di questa provincia con il maggior numero di centrali formative, qui giungono migliaia di ragazzi al giorno in età preuniversitaria che vanno a scuola e tornano a casa. Potrebbero rimanere qui o tornarci in serata.
In maniera pionieristica con un gruppo di amici, che sono anche grandi artisti, quasi 20 ani fa ideammo non a caso la rassegna “Crocevia”, che ebbe due edizioni a Casarano, nella splendida cornice dei due palazzi che si affacciano su piazzetta d’Elia.
L’idea era quella di spingere sulla proposta di arte contemporanea internazionale come momento di crescita collettiva, di riflessione sulle radici del proprio territorio, sulla possibilità di far rivivere antichi scorci, sul promuovere le proprie radici e da queste far rinasce una nuova proposta culturale attraverso l’arte, facendone strumento di marketing territoriale.
Il nostro Salento, il nostro “Crocevia”, è luogo ideale di riflessione su questi temi: tanti amici provenienti da tutto il mondo, grandi artisti, come Helmut Dirnaichner, che in questi giorni tiene la sua personale proprio a Lecce, hanno trovato nel capo di Leuca un posto dove coltivare nuove produzioni artistiche.
Una culla naturale. Nel Salento non si passa per caso, bisogna arrivarci.
Anche a Bilbao però! Splendida città dei paesi baschi, in degrado fino pochi anni fa, con un’industria metallurgica e dei trasporti ormai in declino. Stretta tra le montagne e il mare. Ha trovato la propria rinascita proprio nell’arte. E’ diventata un caso di studio in tutto il mondo: infrastrutture (ponti e piazze) progettate dai più grandi architetti del mondo e un grande contenitore museale, il Guggenheim Museum. Un capolavoro che interpreta la vocazione di quella città, nella forma cubista, esplosa, di una nave in partenza sul porto di Bilbao.
Milioni e milioni di persone da tutto il mondo arrivano a Bilbao solo per il Guggenheim, con voli low cost. Una volta lì, si fermano a visitare le altre città dei paesi baschi.
Questo esempio è probabilmente irripetibile, ma serve a far comprendere come si può puntare ad un turismo di qualità, attento al territorio, all’ambiente, alla cultura, all’integrazione. E’ un turismo che arricchisce, non solo le tasche.
Quello che serve al Salento, che per le sue piccole dimensioni, per la tipologia dei suoi paesini, dei suoi piccoli parchi, non può guardare ad un turismo di massa.
Da uno studio commissionato dalla fondazione Guggenheim risulta che a Bilbao il nuovo museo di arte contemporanea ha determinato un forte incremento di turisti e il reddito generato, nel primo anno di apertura del museo, ha prodotto un aumento dello 0,47% del Pil dell’intero paese basco.
Nella classifica delle 30 mostre più visitate del mondo, sette sono state organizzate al Guggenheim museum di Bilbao ed hanno avuto 3.216.919 visitatori, più che a New York.
Come mai? Eppure New York è forse la città di maggiore transito del mondo, mentre a Bilbao bisogna arrivarci e, prima della costruzione del Guggenheim, pochi sapevano della sua esistenza.
Ecco il punto. Quel territorio si è completamente riposizionato grazie all’arte e alla cultura, costruendo la sua immagine su questa proposta e rendendosi attrattivo nel panorama mondiale.
Questa è una visione che può funzionare nel Salento, che diventerebbe punto di riferimento per tutto il Sud d’Italia, per i paesi del Mediterraneo e dell’Est, cioè seguendo le strade dello sviluppo che portano verso il Corridoio 8 che prima o poi si farà…
Occorre crederci, occorrere essere in tanti e, quel che più conta, lavorare insieme. Appunto lavorare! Va bene l’arte, la cultura, il turismo… e l’economia? Il lavoro? Le imprese?
Colin Tweddy, massimo conoscitore del rapporto tra imprese, cultura e territorio del mondo anglosassone, scrisse tempo fa che “non l’acciaio, non il cemento, ma la cultura è la materia prima delle imprese”.
Ecco per incanto come si arriva, partendo da lontano, all’industria e allo sviluppo economico di un territorio. Proprio di sviluppo vorrei scrivere magari, perché no, il 5 del prossimo mese.
Che Barak Obama sarebbe stato eletto il 44° presidente degli Stati Uniti d’America in linea di massima lo si sapeva già da qualche mese. Certo nessuno avrebbe immaginato una vittoria ampissima, aldilà di ogni più rosea aspettativa. Resterà senz’altro nella storia mondiale che un afro-americano sia potuto diventare Presidente della più grande potenza economica del mondo. Ciò che personalmente mi ha impressionato, in senso positivo, non è stato tanto la questione legata al colore della pelle o alle umili origini del neo presidente Usa, quanto il discorso fatto dal grande sconfitto di turno. Di quello che io chiamerei l’Agnello sacrificale dei repubblicani. Quel Mc Cain al quale era stato affidato l’arduo compito di cancellare dalla memoria dell’elettorato americano otto anni di disastri commessi dall’amministrazione Bush. Non ci è riuscito per ovvi motivi e di questo non bisogna darne alcuna colpa personale. Tuttavia si è dimostrato un vero leader nel momento in cui, davanti alla palese sconfitta ed in largo anticipo rispetto ai risultati ufficiali, rivolgendosi agli elettori in lacrime, li invitava a riconoscere, senza nessun veto o remora, Barak Obama come il loro presidente. «Obama è il mio presidente» ha aggiunto l’ex eroe di guerra John Mc Cain. Una lezione di stile da prendere ad esempio, soprattutto da parte di noi italiani che ci comportiamo diversamente rispetto agli americani. Difficilmente sentiremo dire “Tizio o Caio è il mio presidente del consiglio”. Ve lo immaginate un Berlusconi od un Veltroni che dicono queste parole dopo una sconfitta? Beh, sicuramente non è tutto oro quello che luccica nella giovane democrazia americana, piena di contraddizioni e di disuguaglianze sociali. Certamente da questo punto di vista non gli si può rimproverare nulla e constatare di come il sistema elettorale statunitense metta al riparo il popolo da chiunque pensa di diventare Presidente vita natural durante. Quattro anni di mandato con la possibilità di essere riconfermati, ma non più di otto anni e poi “Go Home”! Chissà se in Italia un giorno i nostri politici riusciranno a metabolizzare questa lezione di stile e di democrazia “made in USA”.
Per chi ha voglia di vedere un bel film d’amore, io consiglierei questo ottimo lavoro cinematografico della debuttante canadese Sarah Polley. Non è la classica storia sdolcinata vista e rivista in tutte le salse. Qui gli interpreti non sono i classici ragazzini stereotipati, ma due persone adulte che hanno superato la settantina e che apparentemente invecchiano nella loro casa di campagna in maniera serena e tranquilla. Ma Fiona, interpretata dalla bellissima attrice Julie Christie, pur non essendo poi tanto “vecchia”, inizia a perdere la memoria a causa del morbo di Halzheimer. Una struggente storia d’amore che nel contempo tratta una malattia che colpisce milioni di persone al mondo. Un film non banale, pieno di significati e di emozioni. Assolutamente da vedere. Qui di seguito un autorevole recensione del film tratta dal sito “mymovies.it
La trama
Sposati da 50 anni, Grant e Fiona sembrano ancora molto legati l’un l’altra e la loro vita quotidiana è piena di tenerezza e umorismo. La loro serenità sembra vacillare solo in conseguenza degli occasionali e attentamente limitati riferimenti al passato, che sembrano far trapelare che forse il loro matrimonio non è stato solo rose e fiori. La tendenza di Fiona a riferirsi sempre più spesso al passato, oltre alla sua perdita di memoria più evidente ogni giorno che passa, creano una tensione che viene però generalmente dissipata facilmente dall’uno o dall’altra. Quando i vuoti di memoria diventano più lampanti e drammatici, nessuno dei due può ignorare che Fiona sia stata colpita dal morbo d’Alzheimer. A quel punto Grant, che teme che la vita di Fiona sia in serio pericolo, intraprende quello che sarà un autentico viaggio d’abnegazione per permettere alla moglie di essere felice per l’ultima volta. È indubbiamente un film molto poetico, dai tratti delicati eppure forti, quello che ci propone alla sua prima esperienza Sarah Polley, la regia si rivela inaspettatamente oculata nel dosare luci sapienti, fotografia accurata, colori minimal eppure sempre accuratamente necessari. Le scelte d’immagini raccontano e riassumono l’intera trama, spesso e volentieri, sia nelle immagini della sciata iniziale e di quelle successive, sia in una malattia terribile, che i protagonisti tentano disperatamente di chiudere in un cassetto, come una vecchia padella. Con un intelligente dosaggio di flashback, salti in avanti e all’indietro, conditi dall’uso di pellicola d’epoca e di effetti anticati là dove serve, Polley è in grado di disegnare il lieve e terribile ritratto della solitudine della mente che ci abbandona, insieme all’amore, e di lasciare senza fiato e rapito dall’immenso dolore lo spettatore senza però stordirlo a morte. Di certo la scelta per interpretare il difficile ruolo di Fiona non poteva che cadere su Julie Christie, impeccabile in un ruolo che incorona la sua bellezza senza età e che trae dagli sguardi intensi assai di più di quanto le parole stesse, accuratamente doppiate, possano dire. Alice Munro ha fatto un reale capolavoro, traendo da un suo breve racconto questa bella sceneggiatura, curandone i dialoghi ed amandone i contenuti, tanto che molti, dopo la visione, non potranno non correre a leggere i numerosi testi citati, tra cui “Lettere dall’Islanda”, per provare le medesime sensazioni.
«In un paese dove Vespa passa per giornalista, io sono un’anomalia»
Pubblicato 23 Settembre 2008 Attualità Leave a CommentTravaglio, le sue non sono interviste, ma interrogatori.
«In un Paese dove Vespa passa per giornalista, chi fa domande è un’anomalia. In Italia la realtà è così drammatica che se racconti i fatti passi per fazioso: ma sono i fatti a essere faziosi. All’estero Vespa neanche lavorerebbe. Qui il massimo dissenso tollerato è il chiacchiericcio, la battutina alla Mentana. Santoro e io facciamo nomi e cognomi. E il potere ci odia».
Per Lerner, volete solo dimostrare che «ce l’avete più lungo».
«Noi ce l’abbiamo normale, sembra lungo perché gli altri ce l’hanno troppo corto. Mi spiace che a dire questo sia Gad, il migliore dopo Santoro. Ancora rivendica di avere rifiutato l’ultima vera intervista a Borsellino, nella quale – due giorni prima di Capaci – parlava di indagini sui rapporti tra Mangano, Dell’Utri e Berlusconi. Comunque, in un Paese decente, i tre tg nazionali sarebbero diretti da Lerner, Santoro e Feltri».
Feltri?
«Il fuoriclasse del giornalismo di centro-destra. Neanche difficile, ci sono solo lui e Belpietro. Con il centrosinistra al governo, un tg di Feltri lo guarderei: gli farebbe le pulci».
Chi va in tivù certo di avere la verità in tasca risulta antipatico.
«Lo dice Costanzo. Non mi sono mai posto il problema della simpatia, mi interessa che ciò che dico sia vero. Costanzo non l’ho mai capito. Appena lo nomini, la gente sbianca: ha un potere enorme, nella P2 era “maestro” e Berlusconi “apprendista muratore”. Però Costanzo ha anche rischiato la pelle per la mafia. L’attentato fu legato anche al suo “no” alla nascita di Forza Italia, ne sono convinto, ma capisco che lui non abbia voluto inoltrarsi su questo terreno».
Non è una tesi da nulla.
«Ho letto qualche tonnellata di atti giudiziari sulle stragi del ‘93. Servivano a “destabilizzare per stabilizzare”, a sollecitare la nascita di nuove forze politiche gradite alla mafia. In quei mesi Dell’Utri stava inventando Forza Italia, in stretto contatto con Mangano».
Cambiamo argomento. Ormai lei è il giornalista di riferimento della satira.
«Grillo è un comico straordinario, ma ormai fa politica dall’esterno. Sabina Guzzanti ha uno spirito civico formidabile. Luttazzi è un genio e un purista. La sua scelta, opposta a Beppe e diversa da Sabina, è di essere soltanto un satirico. Non partecipa a eventi politici per non alimentare confusioni. Tutti e tre non mediano, dicono tutto. Come se l’Italia fosse davvero una democrazia».
Grillo preferisce i nemici veri agli amici finti. È lo stesso per lei e Santoro?
«Michele ha capito troppo tardi chi sono i burocrati della sinistra. Così ha prestato la sua faccia a chi non lo meritava al Parlamento europeo, permettendo ai D’Alema di sventolare fintamente la bandiera della libertà. Per me è diverso, ho sempre ritenuto i gerarchi comunisti il peggio del peggio. Poi è arrivato Berlusconi e mi ha costretto a mutare le gerarchie. Il centro-sinistra non fa paura: fa ridere. Vuole quello che vuole Berlusconi, ma non sa realizzarlo: lui sì».
Oggi è dipietrista?
«Per colpa del “cainano” Berlusconi e dei suoi alleati, non posso votare destra. Mi accontento di votare l’unico antiberlusconiano vero, Di Pietro».
Quante querele ha collezionato?
«Le querele per diffamazione non fanno paura: a 44 anni sono ancora incensurato. Ma Berlusconi e i suoi fanno cause civili, vogliono soldi, puntano a rovinarti. Ho deciso di ripagarli della stessa moneta: chi mi diffama lo porto in tribunale».
Per Vespa è impensabile che uno come lei stia in Rai.
«Premesso che io faccio cinque minuti alla settimana e lui otto ore, Vespa ha ragione: se il giornalista tipo in Rai è lui, io sono incompatibile. Berlusconi non mi chiamerebbe mai “dottor Fede”. Vespa ha una strana concezione di servizio pubblico: fino al ‘93 si vantava di avere come editore di riferimento la Dc, ora serve i partiti che contano. Se Santoro viene da “Servire il popolo”, Vespa è di “Servire il popolo delle libertà”. Berlusconi ha il 60 per cento di consensi, ma da lui fa solo un milione di spettatori: appena la gente vede Vespa, scappa. Ha detto che la colpa è di King Kong: “Berlusconi contro King Kong” è come Totò contro Maciste, con tutto il rispetto per Totò».
Floris, almeno, le piacerà.
«È il “Vespino de sinistra”. Il Vespa di nuova generazione. Il Vespa restyling».
Ha mai pensato che lei convince i già convinti?
«Il mio scopo è informare, non far vincere il centro-sinistra. Mi rispettano anche gli elettori di Lega e An. Magari mi maledicono, ma mi rispettano. Quando spieghi il tema giustizia, capiscono che la sicurezza di Berlusconi è inversamente proporzionale alla loro».
E gli elettori di Forza Italia?
«Non ne vogliono sapere. Loro Berlusconi se lo meritano. Noi, un po’ meno».
(Intervista di Andrea Scanzi a Marco Travaglio - La Stampa – 22/09/08)
Famiglia cristiana ha parlato di “rigurgiti fascisti”, io direi che si tratta di veri e propri “erutti”, altrochè! La ministra dell’istruzione Gelmini viene democraticamente “contestata” durante la presentazione di un libro in un liceo di Roma. Degli agenti in borghese intervengono e “schedano” i contestatori come se si trattasse di delinquenti comuni. Invece sono insegnanti precari! Un’altra donna al governo, la Carfagna, ha deciso di fare la lotta ai clienti delle prostitute: 500 euro di multa ed il rischio dell’arresto. Questo sarà il prezzo da pagare (oltre alla “prestazione professionale”) per una scappatella. Ma il fatto più grave che ho sentito in questi giorni riguarda Sabina Guzzanti. Infatti l’hanno accusata di violazione del “trattato del laterano” e rischia 5 anni di galera per aver fatto della satira sul “Pastore tedesco”, alias Papa Ratzinger. Per i poco informati il trattato del laterano, sancito nel 1929 dal segretario di stato vaticano, cardinale Pietro Gasparri e dal capo del governo italiano, il dittatore Benito Mussolini, all’art.8 stabiliva che l’offesa al Papa “persona sacra ed inviolabile” è punibile allo stesso modo dell’offesa al capo dello stato. Ecco perché si tratta di veri e propri “erutti” e non di “rigurgiti”. Ricapitolando: non si può contestare civilmente un ministro, non si può fare della satira sul papa, tanto meno sullo psiconano, sappiamo tutti come va a finire! Galera per chi avvicina una prostituta; esercito nei centri cittadini per combattere i clandestini; carceri all’interno degli stadi ( l’ultima esternazione demenzial-popolare fatta da Matarrese). Mancano all’appello la reintroduzione delle leggi razziali e magari il confino per i dissidenti. E poi saremmo al completo!
«fascisti su marte» di Corrado Guzzanti
Pechino 2008: L’oro olimpico di Valentina Vezzali
Era da tanto tempo che pensavo di dedicare sul mio blog un piccolo e modesto tributo a Rino Gaetano, uno dei miei cantautori preferiti. Non c’è nessuna ricorrenza particolare che mi spinge ad onorare la memoria di questo grande artista tragicamente scomparso 27 anni in un incidente stradale. Forse uno dei motivi che mi spingono a farlo oggi, è che le sue canzoni, sempre più spesso sono riproposte dai network radiofonici nazionali. Forse l’altro motivo, quello preminente, è che i suoi testi, nel corso degli anni, sono stati sempre a passo coi tempi e, a volte anche profetici. Penso ad esempio alla canzone “Gianna” e ad alcuni passaggi profondi come “….la gente si sveste comincia un mondo, un mondo diverso ma fatto di sesso, chi vivrà vedrà” . Ho avuto la fortuna di assistere ad un concerto del cantautore romano, di aver fatto parte della sua vita sia pure in una circostanza effimera. All’epoca Rino era all’apice della sua breve ma folgorante carriera artistica. Era il 1979, credo in occasione della festa del Santo Patrono del mio paese. Rino tenne un concerto in Piazza. Ricordo che era vestito di bianco: jeans bianchi, camicia hawaiana e l’immancabile gilet, anch’esso chiaro, il “panama” in testa e l’accenno di chi non si fa la barba da tre giorni. Un giovane minuto, non molto alto. Io avevo 13 anni e quando mi passò accanto, durante i preparativi (alcune ore prima del concerto), constatai che era alto più o meno quanto me. Ho ancora il ricordo nitido del fatto di come curasse personalmente la parte tecnica, direi in modo maniacale e certosina. Saliva e scendeva dal palco decine e decine di volte per mettere a punto l’impianto sonoro, consultandosi con il suo staff tecnico e con i suoi musicisti. Io stavo lì con Pippo, un amico d’infanzia e facevamo a gara a chi lo “toccava” più volte, anche sfiorandolo col braccio. Vezzi adolescenziali: gli passavamo accanto apposta ed il contatto fisico con la pop star rappresentava un ambitissimo traguardo, quanto meno nell’immaginario di noi giovani fans in erba. Il concerto si svolse in una piazza gremita di gente di tutte l’età ed io ero proprio lì sotto al palco a canticchiare i suoi successi. L’anno scorso, in occasione di un viaggio a Crotone, sua città natale, andai a visitare la Piazzetta a lui dedicata. “Piazzetta Rino Gaetano”. Anche se non c’è più da tanto tempo, resterà sempre “un grande” e come disse una volta lo scrittore portoghese Josè Saramago “ le parole sono l’unica cosa immortale”, il mito di Rino Gaetano non tramonterà, così come resteranno immortali i testi delle sue canzoni. Ciao Rino.
Biografia:
Rino Gaetano pseudonimo di Salvatore Antonio Gaetano (Crotone, 29 ottobre 1950 – Roma, 2 giugno 1981) cantautore italiano. Nato a Crotone, in Calabria, Rino Gaetano si trasferì a Roma a dieci anni per motivi di lavoro dei genitori e nella città capitolina visse per tutto il resto della sua vita, nel quartiere di Montesacro, nei dintorni di piazza Sempione. Dopo le prime esibizioni al Folkstudio, viene scoperto da Vincenzo Micocci, e il debutto discografico avviene nel 1973: usando lo pseudonimo Kammamuri’s, pubblica per la It il 45 giri I Love You Marianna (sul lato B Jaqueline); prodotto da Antonello Venditti e Piero Montanari. I Love You Marianna potrebbe essere interpretata come riferito alla marijuana: in realtà qui si riferisce all’affetto che lo legava alla nonna Marianna, con la quale giocava da piccolo, e gioca sul doppio senso della parola. Nel 1974 pubblicò il suo primo album, Ingresso libero, che non ottenne particolari riscontri di vendita né di critica, pur mostrando già i segni dello stile estroso e strampalato che avrebbe caratterizzato la sua breve ma folgorante carriera; tra i brani presenti ci sono Ad esempio a me piace il sud, canzone già nota perché incisa l’anno precedente da Nicola Di Bari con un testo leggermente diverso, e I tuoi occhi sono pieni di sale.
Il successo arrivò l’anno dopo con il 45 giri Ma il cielo è sempre più blu. Rino Gaetano durante una delle sue esibizioni. Nel 1978 Rino Gaetano partecipò al Festival di Sanremo con la canzone Gianna. Gaetano avrebbe preferito con il brano Nuntereggaepiù perché considerava Gianna troppo commerciale. Il brano si piazzò terzo alle spalle di Anna Oxa e Matia Bazar e Gianna rimase per diverse settimane al primo posto nella classifica dei dischi più venduti. In realtà al Festival non voleva proprio partecipare, ma costretto dalla casa discografica RCA, per ripicca presentò una canzone riadattata sugli accordi di Berta Filava cambiando il testo e usando soprattutto la chitarra. Ottenne il risultato che si aspettava e confermò come una pseudo cover senza troppe pretese e impegno artistico poteva, e può ancora, concorrere ad una manifestazione canora che, secondo il suo parere, era sempre più in declino. Artista estremamente poliedrico, nel 1981 recitò nel Pinocchio di Carmelo Bene a Roma nel ruolo della volpe. La carriera di Rino Gaetano si interruppe tragicamente con la sua morte, a soli trent’anni, in un incidente stradale avvenuto il 2 giugno 1981 a Roma sulla via Nomentana, al Quartiere Trieste. Pochi giorni prima era rimasto coinvolto in un altro scontro dal quale era uscito miracolosamente illeso: la sua auto, una Volvo 343, era rimasta completamente distrutta, ma egli subito ne acquistò un’altra uguale. Il secondo incidente invece si rivelò fatale: la vettura nuova di zecca si schiantò, infatti, contro un camion sulla via Nomentana all’altezza dell’incrocio con via Carlo Fea. Sia pur prontamente soccorso, in fin di vita, il cantante venne rifiutato da ben cinque ospedali, una circostanza sorprendentemente simile a quella narrata in uno dei suoi primi testi “La Ballata di Renzo” eseguita dal cantautore durante le sue prime esibizioni al Folkstudio, morì per la gravità delle ferite riportate, per giunta a pochi giorni di distanza dalla data fissata per il suo matrimonio. È sepolto al cimitero del Verano.
Torna alla ribalta il caso di Emanuela Orlandi, la ragazza rapita 25 anni fa a Roma , figlia di un funzionario del Vaticano. A far riaprire il caso, tutt’altro che risolto a distanza di tanto tempo, sono state le rivelazioni di Sabrina Minardi, ex compagna di uno dei capi della banda della Magliana: tale Enrico de Pedis detto “Renatino”. Secondo quanto emerso (ma non confermato) in questi giorni, la banda, all’epoca dei fatti, avrebbe consegnato del denaro al faccendiere Calvi che a sua volta lo rigirò al Vaticano sotto forma di “prestito” (si parla di svariati miliardi di lire). Sembra che il denaro non sia mai stato restituito e per questo “sgarro”, il De Pedis avrebbe ordinato il sequestro della ragazza, forse per usarla come “merce di scambio” per riavere indietro il “maltolto”. Posto che quest’ultima circostanza sia una leggenda metropolitana dell’ultima ora, perché non ci sono prove che confermano questa tesi, anzi ci potrebbe essere la concreta possibilità che il Vaticano non ne sappia nulla sul rapimento e la morte di Emanuela Orlandi, la riflessione è un’altra: Come mai il cardinale vicario Ugo Poletti autorizzò la sepoltura di “Renatino” De Pedis nella Basilica di Sant’Apollinare? Per questo forse il Vaticano dovrebbe avere l’obbligo morale di dare una spiegazione. Forse la risposta è che il De Pedis era un Santo e non un bandito.
«Giudizi universali» è il primo libro scritto da Andrea Festa, anche se erano stati già pubblicati alcuni suoi racconti nella raccolta di A.A.V.V. edita da Michele di Salvo editore dal titolo “La memoria” (collana Eco-grafie 2005). Anche sul web si può trovare qualcosa di Andrea; ma la sua prima vera fatica letteraria è rappresentata da questo “saggio sulla condizione umana”. E’ la storia di Eulalia, una ragazza afflitta sin dalla nascita da una grave malattia genetica che la fa invecchiare precocemente. Eulalia un giorno incontra, in circostanze rocambolesche, Maurizio Famoso, giovane giornalista di belle speranze, oltre che di bell’aspetto. A quell’età si sa, per un addetto della carta stampata, lo scoop potrebbe rappresentare il trampolino di lancio fondamentale per dare una sferzata sia alla carriera professionale che alla vita privata. Famoso intuisce da subito quale occasione gli sia capitata tra le mani nell’incontrare quella ragazza. Avere l’esclusiva in una specie di “grande fratello” insolito, dove la fine della trasmissione giunge con la morte della ragazza non è cosa che capita tutti i giorni. Quindi Poter raccontare “in diretta” la storia di Eulalia è un’occasione più unica che rara per il giovane giornalista che vede avvicinarsi nell’imminenza quella gloria e quella fama tanto agognate. Le cose però andranno diversamente nel momento in cui Maurizio inizia ad entrare nella vita privata della giovane malata. Scopre all’improvviso che il mondo che lo circonda non gli appartiene. Nasce una bella amicizia tra i due che mieterà molte vittime: tra i primi a pagarne le conseguenze, la bellissima Francesca, promessa sposa di Famoso che vede il proprio uomo sfuggirle dalle braccia proprio alla vigilia del matrimonio e per colpa di una storpia. Una brillante carriera gettata alle ortiche per poter seguire Laila in un viaggio in America dove i due ritroveranno la loro pace dei sensi. L’incredibile storia di quella ragazza deforme, con il destino segnato, la morte dietro l’angolo in ogni momento della giornata avrebbe dovuto essere lo scoop tanto atteso da gettare in pasto all’opinione pubblica sempre più assetata di storie drammatiche che, una volta ascoltate, aiutano a superare le proprie difficoltà, come una sorta di analgesico dei problemi della vita. Ma per Maurizio Famoso, non sarà così. Il caso umano, la genuinità intellettuale di Eulalia che gli aprirà gli orizzonti non erano stati messi in preventivo. Egli rimarrà al capezzale della ragazza fino alla fine, anche se, per deviazione professionale, non si asterrà dall’utilizzare un registratore per poter consegnare ai posteri le sue ultime parole, gli ultimi sospiri, l’ ultimo delirio di uno scherzo della natura che in fondo ha sempre amato pur essendole stata inclemente.
Andrea Festa è nato ad Avellino 28 anni fa e vive a Monteforte Irpino, un paesino tra le montagne, non molto distante dalla città nativa. Ha conseguito brillantemente la laurea in economia ed è dottorando in ricerca all’Università di Bologna. La sua vita è caratterizzata dalla passione per la lettura e la scrittura. La vena di scrittore la si può notare in questo primo romanzo.
Elezioni politiche 2008: forse non tutti sapevano che………….
Pubblicato 17 Aprile 2008 Politica Leave a Comment
Pochi lo sapevano, ma la legge prevede la possibilità di rifiutarsi di votare e metterlo a verbale. Quando si va al seggio e dopo che le schede sono state vidimate, al presidente si può dichiarare: “mi rifiuto di votare ed in base alle normative vigenti voglio che ciò venga messo a verbale!”. Non tutti sono a conoscenza del fatto che le schede rifiutate sono contate e soprattutto sono valide, contrariamente alle schede nulle o bianche o quando si decide di astenersi dal voto. Nessun mezzo di informazione ne ha parlato prima delle elezioni. Probabilmente milioni di elettori non hanno votato perché delusi dalla politica di entrambi gli schieramenti in campo, disinformati del fatto che vi era anche un “percorso alternativo” alla protesta. Ma supponiamo per assurdo che le schede di rifiuto arrivino ad un numero spropositato, cosa mai verificatasi nelle elezioni italiane: sicuramente ci sarebbe qualche problema nell’assegnazione dei seggi vuoti. L’astensionismo passivo non incide, in percentuale, nella media dei votanti e, per quanto concerne la legislazione italiana in materia di elezioni politiche, il nostro sistema di attribuzione non prevede nessun quorum di partecipazione da raggiungere. Sicché, se per assurdo nella consultazione elettorale avessero votato solo tre persone, il risultato delle urne sarebbe stato considerato, a tutti gli effetti, una valida espressione della volontà popolare e si sarebbe proceduto all’attribuzione dei seggi in base allo scrutinio di tre sole schede. Nelle tornate elettorali le schede bianche e nulle, fanno sì percentuale votante, ma sono ripartite, dopo la verifica che ne attesti le caratteristiche di bianche o nulle, in un unico cumulo da ridistribuire nel famoso e tanto criticato premio di maggioranza. Solo il metodo dell’astensione garantisce di essere si percentuale votante, ma consente di non far attribuire il proprio non-voto al partito di maggioranza. Come dicevo prima è, infatti, facoltà dell’elettore recarsi al seggio e una volta fatto vidimare il certificato elettorale, avvalersi del diritto di rifiutare la scheda, assicurandosi di far mettere a verbale tale opzione. E’ possibile inoltre allegare in calce al verbale stesso una breve dichiarazione in cui, facoltativamente, l’elettore esprime le motivazioni del rifiuto. Un motivo plausibile, ad esempio, può essere il seguente:”nessuno degli schieramenti il lizza mi rappresenta”. Pertanto un monito per tutti coloro che con l’astensione, la scheda bianca oppure la scheda nulla (magari resa tale volontariamente), hanno creduto di astenersi nel dare una preferenza. Senza saperlo hanno favorito la coalizione uscita vincitrice dalle urne.
In una fresca serata di primavera ed in circostanze curiose ho avuto il piacere di conoscere personalmente il mio amico William che vive in Germania. Punto d’incontro, guarda caso, l’edicola dell’ ”Edicolante pazzo”. Qualcuno penserà: “come fa a dire “amico” se lo ha conosciuto di persona solo ieri?”. Bella riflessione. Ma a penarci bene viviamo nell’era della globalizzazione e delle “non distanze”. Con la video-conferenza si può comunicare con tutto il mondo stando comodamente seduti sulla poltrona di casa con un notebook a portata di mano. Nel mio caso la posta elettronica ed il blog, hanno ridotto la distanza da Stoccarda, luogo in cui vive William, a Casarano. Mentre con William facevamo quattro passi nei pressi di “Palazzo De Iudicibus” e si parlava del più e del meno (e d’altronde non poteva essere diversamente con uno che studia matematica), si presenta davanti a noi Mohammed, un lavavetri che viene dal Marocco e che bestemmia in un italiano impeccabile. Ha più volte ripetuto “porco D…..” Ho pensato: “questi musulmani sono strani! Integralisti quando tocchi la loro religione, ma all’occorrenza pronti a bestemmiare come un «infedele» cattolico. Ma non mi va di aprire un dibattito sulla religione: la querelle che vede contrapposti Cristiani e Musulmani la lascio a chi è più esperto di me in materia. Dal canto mio le religioni tutte, nessuna esclusa, stanno iniziando a rompermi i timpani. Le mie reminiscenze scolastiche mi riconducono al buon Karl Marx (nella foto), il più grande filosofo dell’era moderna, che una volta molto saggiamente asserì:“La religione è l’oppio dei popoli” e molto probabilmente aveva ragione. Anche se onestamente per l’educazione che ho ricevuto mi schiero dalla parte di chi ha “fede”, ma con la giusta diffidenza nei confronti di tutti coloro che credono di poterla inculcare ai “timorati di Dio” dall’alto di un pulpito. Sono gli stessi che spesso troviamo nei fatti di cronaca nera, accusati di molestie sessuali nei confronti di quei chierichetti che un attimo prima servivano il loro carnefice nell’omelia. La fede è un qualcosa che la si deve sentire dal profondo dell’anima e nessuno può insegnartela. Voglio ritornare a parlare di Mohammed. Lui si che è un “povero cristo”. Vive in Italia da diversi anni, lontano dai figli e dalla moglie dalla quale si è separato (altra novità assoluta, almeno per me: anche i musulmani si separano!). Mi ha fermato mentre camminavo per la mia strada e parlavo con William. Molto probabilmente mi avrà scambiato per un “assessore” comunale. Ha iniziato a denunciare il fatto che vive in un luogo fatiscente, dove non c’é ne luce, ne acqua, ne servizi igienici. Era ubriaco e lo si sentiva dal puzzo vomitevole dell’alito che emanava e che facevo fatica a schivare. Non ho nulla contro gli immigrati. Anzi, per non essere frainteso dico che un extracomunitario che riesce ad integrarsi nel nostro paese può esigere pieni diritti alla stregua di un italiano, ivi compresi il diritto al voto e alla partecipazione della “res” pubblica. Faccio però un “distinguo”: se sei venuto nel mio paese, devi rispettarne le regole basilari e non devi ubriacarti e fermare le persone per strada. Per sua fortuna ha incontrato me e William. Forse qualcun’altro avrebbe reagito diversamente all’amico marocchino. Ma di questo breve spaccato di vita quotidiana va colto in pieno l’aspetto sociologico, non meno importante del semispiacevole episodio in se per se. Un impiegato scambiato per l’assessore di turno, lo studente universitario che vive in Germania ed il lavavetri ubriaco. Tre individui, divisi da esperienze diverse, culturali e religiose, ma che si sono ritrovati a discutere di un qualcosa che forse li accomuna: la società che li circonda e della quale fanno parte integrante, nel bene e nel male. Il tutto avvenuto in circostanze fortuite, nella stessa serata in cui conosco di persona William Ghilardi, alias “Osservodalontano”, sotto un cielo stellato in una fresca serata di inizio primavera, nell’anonima cittadina di Casarano, nel Salento. A proposito di università. Mi sono dimenticato di chiedere a William se in Germania ad un esame ci si presenta con il libretto degli esami oppure con quello degli assegni come sembra succeda a Bari. Ragazzi sono tornato e………. scusate il ritardo!
Dopo tanta produzione cinematografica trash, soprattutto nell’ultimo decennio, un regista cino-americano Ang Lee ci ha regalato una pellicola degna del cinema di altri tempi. “Lussuria – seduzione e tradimento” non a caso è stato premiato nel 2007 con il “leone d’oro” in occasione della 64ª mostra di Venezia. Ho visto il film pochi giorni fa e mi è piaciuto tantissimo. Sembra si tratti di una storia realmente accaduta in una Hong Kong degli anni 40 e narra della travolgente passione di un potente personaggio politico Giapponese, Mr. Yee, ed una bellissima rivoluzionaria di nome Wang Jiazhi, camuffata da donna dell’alta borghesia giapponese per sedurre ed uccidere insieme ai suoi complici il terribile e sanguinario Yee. La ragazza non ha previsto però che giocare con la passione può essere molto, molto pericoloso. Il dramma sentimentale di Ang Lee è una profonda analisi dell’amore e dell’educazione sessuale di una donna che si trova coinvolta in un intricato groviglio di obbligo e passione. Sono gli sguardi e la relazione impossibile fra Wang Jiazhi e Mr.Yee a coinvolgere e dare vita al film. Le giocate al Mahjong, tutte al femminile, ( un gioco molto simile al nostro “domino”, ma all’orientale) sono il contraltare della prima cena fra i due protagonisti che si scrutano e si provocano con scopi diversi e opposti. Per poi compiere il primo passo con l’acquisto dell’abito nel negozio di stoffe, e assurgere alle scene di sesso. Il percorso di passione di donna mostrata dal regista e interpretata magistralmente con estrema sensualità dai due attori protagonisti Tony Leung e Wei Tang, si concretizza in un gioco a due, in cui preda e cacciatore, si alternano in modo repentino, per concludersi in una scelta dovuta e dolorosa: cedere alla passione dell’oppressione o credere nell’amore per la resistenza? Alla fine Wang Jiazhi opta per la prima e salva l’ex nemico da sedurre, dalle grinfie dei suoi amici, avvisandolo, nell’ultimo incontro di sesso e passione, del pericolo che stava correndo. Il crudele Yee, farà arrestare e giustiziare tutti, compresa lei che gli aveva comunque salvato la vita. L’uomo soffrirà molto per la perdita della giovane amante. Bellissimo, da non perdere!
ALL’ISTITUTO COMPRENSIVO POLO 1 DI VIA RUFFANO CASARANO…..
Pubblicato 19 Gennaio 2008 Scuola Leave a Comment
SONO STATI ASSEGNATI FONDI PER CIRCA 200.000,00 € Con nota prot. n.5823 del 20.12.2007 e nota prot. n. 5838 DEL 21.12.2007 del Ministero della Pubblica Istruzione Dipartimento per l’Istruzione, sono stati autorizzati i piani integrati previsti dalla programmazione Fondi Strutturali 2007/2013.
Il Programma Operativo Nazionale (PON) “Competenze per lo sviluppo” è stato finanziato con il Fondo Sociale Europeo per un totale di € 159.984,22 per la realizzazione delle seguenti azioni:
F 1 - Promuovere il successo scolastico, le pari opportunità e inclusione sociale rivolta agli alunni della Scuola Primaria e della Scuola Secondaria di 1° grado.- n. 6 moduli didattici per gli alunni-
n. 1 modulo per i genitoriC 1 -
Migliorare i livelli di conoscenza e competenza dei giovani. Interventi per lo sviluppo delle competenze chiave.”Imparare ad apprendere” azione rivolta alla Scuola Secondaria di 1° grado.-
n. 1 modulo didattico per gli alunniC 1 -
Migliorare i livelli di conoscenza e competenza dei giovani. Interventi per lo sviluppo delle competenze chiave. Comunicazione lingua straniera (lingua inglese) rivolta alle classi quinte della Scuola Primaria ed agli alunni della Scuola Secondaria di 1° grado. -
n.1 modulo didattico per gli alunni D 1 -
Accrescere la diffusione, l’accesso e l’uso della società dell’informazione nella scuola. Interventi formativi rivolti ai docenti ed al personale della Scuola sulle nuove tecnologie della comunicazione. -
n.1 modulo per i docenti dei tre ordini di ScuolaG 1 -
Migliorare i sistemi di apprendimento durante tutto l’arco della vita. Interventi formativi flessibili finalizzati al recupero dell’istruzione di base per giovani ed adulti.-
n.5 moduliL’intervento per gli “Ambienti per l’apprendimento” è stato finanziato con il Fondo Europeo per lo sviluppo Regionale per un totale di € 34.318,92 per realizzare: -
l’Allestimento di n. 1 Laboratorio scientifico per incrementare il numero dei laboratori e migliorare le competenze scientifiche degli alunni -
l’Allestimento di n.1 Laboratorio Tecnologico per incrementare il numero dei laboratori e migliorare le competenze tecnologiche di tutta l’utenza. L’Istituto Comprensivo n.1 di Casarano, pertanto, si prefigge l’obiettivo di potenziare al massimo la propria Offerta Formativa grazie al valore aggiunto dell’Intervento Comunitario il quale a sua volta si prefigge l’obiettivo di innalzare i livelli di apprendimento e delle competenze chiave, assicurare l’equità di accesso e nel contempo le eccellenze, ridurre il fenomeno della dispersione scolastica. L’Istituto comunica, inoltre, a tutta la cittadinanza che i moduli su descritti saranno avviati a breve termine
di Eugenio Scalfari da Repubblica.it
E’ durato ventiquattr’ore il gelo tra Vaticano e Campidoglio, tra il Papa e il sindaco di Roma. Poi c’è stata la marcia indietro guidata dal cardinal Bertone, Segretario di Stato, e Roma da città in “gravissimo degrado” come aveva affermato Benedetto XVI di fronte a Veltroni, Marrazzo e Gasbarra allibiti di tanta inattesa severità, è diventata di colpo una “città godibile e accogliente” e le istituzioni locali “alacremente impegnate a migliorare la socievolezza e il benessere diffuso”.
Le due diplomazie parallele hanno lavorato sotto traccia senza risparmiarsi, ottenendo infine il risultato desiderato da entrambe (quella di Veltroni e quella di Bertone): correggere la “gaffe” di papa Ratzinger, ristabilire rapporti amichevolmente corretti tra le due sponde del Tevere, mettere allo scoperto l’ultimo colpo di coda di Ruini, autore del dossier cui si era ispirato il Papa per la sua improvvida sortita. Ruini sta facendo i bagagli, tra poco lascerà il Vicariato (per limiti d’età).
Al suo posto andrà il prefetto del Tribunale della Segnatura Apostolica, candidato del Segretario di Stato. Quanto all’assalto antiveltroniano scaturito dopo l’intervento papale dell’altro giorno, la correzione effettuata dal cardinale Segretario di Stato ha avuto l’effetto di un “boomerang”: per l’ennesima volta gli statisti del centrodestra – con la sola eccezione di Casini – si sono esposti con strepiti e sceneggiate clericaloidi per poi trovarsi spiazzati e beffati. Una vittoria non trascurabile per Veltroni, derivante da un appuntamento che in condizioni diverse avrebbe avuto dai “media” l’attenzione di poche righe e che si è invece trasformato in una prova di forza del sindaco di Roma e leader del Partito democratico. Tutto è bene quel che finisce bene, ma è proprio così? Dipende dai punti di vista. Per i laici-laici (adesso si usa definirli così) restano molti punti interrogativi dopo questa vicenda, ma problemi ancora maggiori si pongono al laicato cattolico. Non che siano nati dalla “gaffe” di Benedetto XVI; esistono da molto tempo e precedono di anni l’incoronazione dell’attuale pontefice. Ma quest’ultima sua sortita ha avuto l’effetto di riproporli tutti, insoluti e sempre più urticanti. Al di là della palese inconsistenza politica e culturale di papa Ratzinger, che da Ratisbona in qua si comporta come un allievo di questo o quel dignitario della sua corte spostando la barra del timone secondo i suggerimenti che gli vengono da chi di volta in volta lo consiglia, esiste più che mai un disagio profondo nella Chiesa e nel laicato cattolico. La Chiesa di Benedetto XVI, ma anche quella di Giovanni Paolo II, non riesce ad entrare in sintonia con la cultura moderna e con la moderna società. Questo è il vero tema che dovrebbero porsi tutti coloro che si occupano dei rapporti tra la società ecclesiale e la società civile all’inizio del XXI secolo. La gerarchia ecclesiastica e quello che pomposamente viene definito il Magistero si sono da tempo e sempre più trasformati in una “lobby” che chiede e promette favori e benefici, quanto di più lontano e disdicevole dall’attività pastorale e dall’approfondimento culturale. Il “popolo di Dio” soffre di questa trasformazione; i laici non trovano terreno adatto al dialogo se non sul piano miserevole di comportarsi anch’essi come una confraternita pronta a compromessi e patteggiamenti. Quando un Papa arriva al punto di bacchettare un sindaco di Roma e un presidente di Regione e reclama maggiori aiuti finanziari per il Gemelli e il Gesù Bambino e per le scuole cattoliche; quando il Vicariato di Roma e il vertice della Conferenza episcopale intervengono direttamente sui membri del Parlamento e del Consiglio comunale romano per bloccare una legge o mandarne avanti un’altra; quando questa prassi va avanti da anni di fronte a problemi mondiali che chiamano in causa civiltà e culture, bisogna pur dire che siamo in presenza di spettacoli desolanti. Aggiungo che si tratta di responsabilità condivise. La gerarchia cattolica baratta da anni (o da secoli?) il sacro con il profano; le istituzioni politiche l’accompagnano su questa strada di compromessi al ribasso per cavarne improbabili tornaconti elettorali; lo stuolo sempre più vociante degli atei devoti affianca o precede il corteo. Verrebbe spontaneo di voltar la faccia dall’altra parte per non vedere. Veltroni ha fatto bene a protestare sottotraccia e portare a casa la vistosa correzione di rotta vaticana. Zapatero, in una situazione per molti versi analoga, ha scelto una strada diversa. L’Episcopato spagnolo guidato dal primate vescovo di Madrid aveva pochi giorni fa portato in piazza un milione di fedeli per protestare contro la legge sul matrimonio dei “gay”; la vicepresidente del governo, signora Fernandez de la Vega, ha ufficialmente commentato quella manifestazione con queste parole: “La società spagnola non è disposta a tornare ai tempi in cui una morale unica era imposta a tutto il Paese né ha bisogno di tutele morali. Tanto meno ne ha bisogno il governo che non le accetta”. Capisco che Madrid non è Roma e il vescovo di Madrid non è il Papa. Ma la Chiesa è la stessa in Spagna come in Italia. I laici-laici italiani avrebbero probabilmente preferito che la protesta del leader del partito democratico fosse stata simile a quella del suo collega spagnolo, ma in Italia non si può. L’Italia è una provincia papalina, Porta Pia è una data caduta in disuso, il Concordato fu voluto e firmato da un altro ateo devoto come Benito Mussolini e inserito nella Costituzione con il voto determinante di un altro ateo come Togliatti per ragioni esclusivamente politiche. In Italia ci sono oggi due minoranze, quelle dei cattolici autentici e quella degli autentici laici. In mezzo c’è un corpaccione di laici e di cattolici “dimezzati”, che ostentano virtù civiche e religiose che non praticano affatto. Quella è la maggioranza del paese. Il resto viene da sé. Il guaio è che la gerarchia ecclesiastica e il Magistero non sono affatto turbati da questa situazione paganeggiante. La loro preoccupazione è l’otto per mille, i contributi pubblici agli oratori, la costruzione di nuove chiese e parrocchie, l’esenzione dall’Ici, l’insegnamento del catechismo nella scuola pubblica, il finanziamento quella privata. E naturalmente la crociata antiabortista, la moratoria. A loro interessa non già di usare lo spazio pubblico per propagandare la dottrina e il Vangelo ma entrare nelle istituzioni politiche per guidare il voto dei parlamentari e condizionare i partiti. L’attuale Segretario di Stato, che rimpiange il Togliatti dell’articolo 7 della Costituzione, è comunque un progresso rispetto al suo predecessore, cardinal Sodano che, alla vigilia di ogni elezione, esaminava i leader dei vari partiti per vedere chi offriva maggiori garanzie alla Santa Sede. E quelli si facevano esaminare, felici quando il “master” toccava ad uno di loro invece che all’altro. Serve a qualche cosa una Chiesa così? Fa barriera contro le invasioni barbariche del terzo millennio o invece apre loro la porta? Risponderò con una citazione quanto mai attuale: “La Chiesa sembra porsi di fronte allo Stato e alle forze politiche italiane come un altro Stato e un’altra forza politica; l’immagine stessa della Chiesa risulta appiattita sulle logiche dello scambio, impoverita di ogni slancio profetico, lontana dal compito di offrire ad una società inquieta e per tanti aspetti lacerata motivi di fiducia, di speranza, di coesione. Le responsabilità del laicato cattolico sono del tutto ignorate. La sorpresa e il disorientamento sono forti per tutti i cattolici che hanno assorbito la lezione del Concilio Vaticano II su una Chiesa popolo di Dio nella quale il ruolo della gerarchia non cancella ma anzi è al servizio di un laicato che ha proprie e specifiche responsabilità. Tra queste vi è proprio quella di tradurre nel concreto della vita politica e della legislazione di uno Stato democratico esigenze e valori di cui la coscienza cattolica è portatrice. E’ legittimo e doveroso per tutti i cittadini, e perciò anche per i cattolici, contribuire a far sì che le leggi dello Stato siano ispirate ai propri convincimenti ma questo diritto dovere non è la stessa cosa che esigere una piena identità tra i propri valori e la legge. E’ in questa complessa dinamica che si esprime la responsabilità dei cattolici nella vita politica. Urgente si è fatta l’esigenza della formazione del laicato cattolico alle responsabilità della democrazia. Perché mai l’Italia e i cattolici italiani debbono sempre esser trattati come “il giardino della Chiesa”?”. L’autore di questa pagina è Pietro Scoppola e la data è del febbraio 2001, nel pieno d’una campagna elettorale che si concluse con la vittoria di Berlusconi e del suo cattolicesimo ateo e paganeggiante. Ma potrebbe essere stata scritta anche oggi con la stessa attualità. Purtroppo l’autore è scomparso, la sua voce non parla più e la perdita è stata grave per i laici ma soprattutto per i cattolici. Scoppola si rendeva conto che solo il dialogo tra la minoranza dei veri laici e la minoranza dei cattolici autentici avrebbe ridotto il peso di quell’indifferenziato corpaccione di finti devoti e di finti laici “appiattiti sullo scambio dei benefici e dei favori, impoveriti di slancio profetico e pastorale, dominati dalla gerarchia e dalle oligarchie”. Questo era il problema di allora ed è ancora quello di oggi. Di esso il Partito democratico, la sinistra radicale, i cattolici moderati, gli uomini e le donne di buona volontà, dovrebbero discutere; su di esso dovrebbero dialogare. La gerarchia occupi tutto lo spazio pubblico che vuole ma non interferisca nell’autonomia dei laici e delle istituzioni civili. I rappresentanti di queste ultime impediscano le interferenze anziché assecondarle o nel caso migliore tollerarle fingendo che non vi siano state. Queste finzioni non fanno bene né alla Chiesa popolo di Dio né alla democrazia.
Ieri 10 gennaio su un quotidiano a diffusione regionale, a firma di uno pseudo giornalista del quale metterò solo le iniziali P.M., è apparso un articolo riguardante la nazionale di pallamano. A leggere il contenuto non si scorge nulla di strano. Peccato però che quell’articolo era stato già pubblicato due giorni prima (8 gennaio) e scritto da me per www.casaranosport.it con il quale collaboro da diverso tempo. Chi mi conosce sa benissimo che io scrivo solo per passione, sono un perfetto dilettante della penna. Essere copiati da chi invece scrive per mestiere mi sembra davvero assurdo. Ma questo signore è andato “oltre”: Ha pubblicato addirittura la stessa foto, neanche quella ha cambiato! Ha avuto la sfacciataggine di riportare frasi e concetti senza sostituire neanche una virgola. Insomma ha avuto la sfrontatezza di copiare alla lettera, non ha cercato neanche di camuffare in qualche modo il plagio. Per noi di casaranosport.it è comunque un motivo di orgoglio constatare che i nostri articoli vengono presi come esempio da parte di “quotidiani” locali di un certo livello. Non è la prima volta che prendono spunto da notizie che passano prima dal nostro sito. Prendiamo atto, ahimé, della pochezza intellettuale e professionale di alcuni sedicenti “giornalisti” che fanno informazione scopiazzando qua e la da chi invece scrive per hobby. Questa volta, anche se il plagio è lampante, abbiamo deciso di sorvolare, di chiudere un occhio. Anzi, per la verità, li abbiamo chiusi tutti e due. Non essendo ancora “testata giornalistica” vorremmo evitare di impelagarci in iniziative legali nei confronti di questo “furese” della carta stampata (con tutto il rispetto per la categoria dei furesi). Avrei voluto tanto scrivere una bella lettera pubblica di protesta, indirizzata al direttore del giornale. Forse lo farò in forma privata. Vedremo.
Questo libro del grande scrittore colombiano Gabriel Garcìa Marquez è tornato alla ribalta dopo più di vent’anni dalla sua pubblicazione, perché nelle sale cinematografiche è appena uscito l’omonimo film che vede protagonista femminile la nostra bravissima attrice Giovanna Mezzogiorno, nei panni di Firmina Daza. Mi è capitato di leggere questo libro circa una decina di anni fa e con tutta franchezza devo dire che non è proprio il mio genere letterario. Tuttavia l’opera di Marquez è un capolavoro della letteratura romantica che narra l’amore mai domo di Florentino Ariza verso la più bella donna del Caribe, Firmina Daza, conosciuta bambina e amata fino in vecchiaia. Un amore mai corrisposto per più di 50 anni. Nel frattempo la giovanissima Fermina, proveniente dall’alta borghesia colombiana, sposa il ricco dottor Urbino. Dal matrimonio nascono due figlie e la vita scivola via fino a quando la donna dopo 53 anni, sette mesi e undici giorni di matrimonio rimane vedova e Florentino finalmente può farsi avanti per coronare il sogno di tutta un’esistenza. Fermina, ormai nonna, col passare del tempo, sopìto il ricordo del marito defunto, saprà ricambiare questo sentimento.
Aprendo questa mattina i più rinomati quotidiani nazionali l’occhio è caduto immediatamente su una notizia che ha inorgoglito tutti gli italiani. L’iniziativa nostrana sulla moratoria internazionale contro la pena di morte, accolta dall’ONU, ha fatto il giro del mondo, occupando gli spazi di tabloid e riviste. C’è stato il plauso del Governo per quella che viene definita una «vittoria italiana»: Massimo D’alema, Ministro degli esteri, ha detto di essere contento per l’Italia; Prodi ha parlato di “orgoglio nazionale”. Peccato però che ad una notizia apparentemente positiva per la nazione, in quanto, ad onor del vero, l’abolizione della pena di morte non la vogliamo solo noi, c’è ne stata un’altra che ci ha fatto sprofondare nella dura realtà. Alcuni mezzi d’ informazione, questa mattina, hanno dato il triste annuncio che la Spagna, nostra partner europea, ci ha superato in ricchezza globale. Tradotto in termini più semplici vuol dire che dopo la Germania, la Francia e la Gran Bretagna non c’è più l’Italia come paese più ricco ed industrializzato d’Europa. A quanto sembra, siamo stati scavalcati al quarto posto dagli Iberici. Un quarto posto che storicamente tenevamo da dopo il boom economico degli anni sessanta e che abbiamo addirittura “rischiato” di migliorare negli anni ottanta a spese della Gran Bretagna. Purtroppo che avessimo toccato il fondo è sotto gli occhi di tutti; non vi erano dubbi visto e considerato l’andamento dell’economia italiana ormai esanime da anni. Ma la preoccupazione maggiore sta nel fatto che noi italiani non abbiamo solo toccato il fondo, ora stiamo anche scavando per andare sempre più giù! Ma forse non era il caso di infierire così brutalmente alla vigilia delle feste natalizie, poiché, si dice, a Natale bisogna essere più buoni. Quest’anno però noi Italiani oltre a sentirci più buoni, ci sentiamo, ahimé, anche più poveri. La mia proposta e quindi di riunirci in una “class action” spirituale e chiedere all’unisono al nostro buon Dio più che un dono natalizio, una scongiura: Quella di tenerci lontani dallo spettro di una non tanto remota crisi tipo “Argentina”,questa volta rigorosamente firmata “made in Italy”. Un felice e sereno Natale a tutti.
Pubblicato anche su: www.arcoiris.tv e http//citella.blogspot.com
Laura Chiatti è una bellissima ed emergente attrice italiana, nata a Castiglion del Lago, Perugia, 25 anni fa. Inevitabilmente destinata a essere notata più per il suo fascino che per il suo talento, sta muovendo i primi passi nel cinema italiano. Figlia di un metalmeccanico e della proprietaria di un negozio di abbigliamento, Laura Chiatti è cresciuta come tutte le normali ragazze di casa e provincia. Ha iniziato a studiare canto all’età di 11 anni, mentre all’età di 14 partecipa a un concorso regionale per talenti nella categoria cantanti, ma la sua avvenenza e il suo fascino non passano inosservati agli occhi dei giurati che decidono di premiarla non per le sue corde vocali, ma per il suo aspetto fisico, così alla fine vince il concorso nella sezione sbagliata e viene incoronata Miss Teenager Europa. La sua passione resta comunque la musica, infatti Laura incide due dischi in inglese che però non avranno successo. Nel 1997, recita con il cantante italiano più desiderato dell’epoca, Nek, nel teen-movie Laura non c’è. Due anni più tardi, inizia la collaborazione con il regista Mariano Laurenti che la inserirà nel film Pazzo d’amore, accanto a Marisa Merlini, cui seguirà anche Vacanze sulla neve. Comincia la sua gavetta di attrice che si consumerà soprattutto nel piccolo schermo, nelle tante fiction televisive, nelle soap opere e nelle miniserie italiane. Partecipa a Un Posto al sole e nel 2001 è scelta per la serie tv Compagni di scuola, accanto a quelle che saranno le nuove leve e i nuovi freschi volti del cinema italiano: Riccardo Scamarcio, Brando De Sica e Cristina Capotondi. Lo stesso anno, si fidanza con Luca Grilli, giocatore della Cagliese.
Ma nella lista scorrono anche: il film tv Padri (2002); la miniserie che doveva mettere in luce le buone qualità di attrice di Martina Colombari, Diritto di difesa (2004); il fortunatissimo Don Matteo (2004) con Terence Hill, e poi Carabinieri e Incantesimo. È presente anche in alcuni spot, infatti, la si riconosce nei celebri sketch per la Lavazza accanto a Paolo Bonolis, Luca Laurenti e il “San Pietro” Riccardo Garrone.
Nel 2005, torna al cinema con Mai + come prima di Giacomo Campiotti, nel ruolo di Giulia, una ragazza che, finita la maturità, parte per un’avventurosa vacanza in montagna con i suoi amici. E lo stesso anno, piroetta col ballerino televisivo che fa impazzire le adolescenti italiane del Duemila, Kledi Kadiu, nella pessima pellicola Passo a due di Andrea Barzini. L’anno seguente è l’anno del grande salto: dai film per teenagers a quelli impegnati. Scelta da Paolo Sorrentino per L’amico di famiglia, reciterà, accanto a Giacomo Rizzo e Fabrizio Bentivoglio, nel ruolo di Rosalba, una ragazza che si deve sposare e che, per aiutare il padre indebitato con un usuraio, decide di fare un ultimo sacrificio (nel film si lascia andare anche al suo primo nudo integrale). Ed è reclutata perfino da Francesca Comencini per A casa nostra, accanto a Luca Argentero, Luca Zingaretti e Valeria Golino, nel ruolo di una modella cocainomane. Queste due prove, cambieranno il corso della sua carriera per sempre. Non più notata per la fresca bellezza, ma anche per la bravura nell’interpretazione. Notevole l’ultima interpretazione nella miniserie dedicata alla storia del compianto Rino Gaetano “Il cielo è sempre più blu”.
Quanti di voi a casa utilizzano i programmi “pear to pear“? Risposta: tutti o quasi. Saremmo bugiardi se dicessimo di non farne uso. Sappiate, comunque, nel caso i vostri preferiti siano quelli basati sui server eDonkey , come eMule, che il consiglio degli addetti ai lavori è di non scaricare illegalmente da questi programmi. Infatti è notizia di questi giorni che da qualche settimana i server collegati al “mulo” si sono ridotti al lumicino. Se ne contano circa 38 e quasi tutti, se non tutti, monitorati dagli organi di controllo! (fino a pochi giorni fa ce n’erano centinaia, poi c’è stato il “fuggi fuggi” generale). Questa settimana partirebbero i primi accertamenti della GDF in tutta Italia, oltre alle 55 mila lettere di diffida già spedite! Le riviste specializzate, per prassi, consigliano vivamente di usare i programmi “P2P” solo per scaricare “file” non coperti dal copyright. Che tradotto significa “non potete scaricare nulla o quasi”. E’ strano comunque constatare che a volte sono le riviste stesse a tessere le lodi di questo oppure di quel programma come se fossero all’oscuro della finalità illegale che ne fanno la stragrande maggioranza degli utenti. Comunque tornando al nocciolo della questione, sembrerebbe che il motivo scatenante di siffatta orda di controlli non sia dovuto alle lamentele delle major disco-cinematografiche, costantemente sul piede di guerra contro la pirateria informatica; piuttosto alla preoccupante crisi delle aziende europee produttrici di software. Molte di queste, trovandosi in difficoltà economiche per il calo delle vendite, sono state costrette a tagliare il personale. Solo in Europa, nel settore, si conta una perdita di circa 25.000 posti di lavoro! Che dire: il mio personale consiglio, credo condiviso da molti di voi,( il mio consiglio condiviso non è coperto da copyryght) è quello di servirsi legalmente dei programmi “pear to pear”, andando alla ricerca di prodotti che siano “freeware”, cioè distribuiti in modo del tutto gratuito, ignorando i software coperti dai diritti d’autore. Buon downlad a tutti
Dopo Indro Montanelli un altro maestro del giornalismo italiano se ne va. All’età di 87 anni si è spento in un letto di ospedale Enzo Biagi, giornalista, scrittore ed anche ex partigiano. Uno dei più grandi giornalisti italiani, se non il più grande. Da tempo era ammalato di cuore e negli ultimi mesi le sue condizioni di salute si erano aggravate. Una vita spesa per raccontare l’Italia e gli italiani, con umiltà, sensibilità, senza clamori. Egli stesso veniva da una famiglia non ambiente. Sin da giovane dimostrò la sua vocazione incline al giornalismo, tant’è che all’età di 21 anni entrò a lavorare nel “Resto del carlino” senza per questo abbandonare gli studi universitari. Oltre che direttore di varie testate giornalistiche, fu anche autore e conduttore di numerose trasmissioni televisive, tra le quali “Il fatto”, l’ultima di una lunga serie, che sancì nel 2002 la sua epurazione dalla Rai ormai in mano all’allora neo presidente del consiglio Silvio Berlusconi. Non so quanti di voi, adepti del cavaliere e non, hanno ascoltato l’intervista, subito dopo la notizia della morte del giornalista, nella quale il cavaliere asseriva: “io non ho cacciato Enzo Biagi dalla Rai”;”…non ho cacciato nessuno”;”…una grande perdita per il giornalismo italiano” Ora, che Berlusconi fosse un bugiardo professionista lo pensano in molti, ma che fosse anche ipocrita nel parlare in questo modo di una persona che detestava e soprattutto che non c’è più, è veramente troppo! Per i poco informati e per quelli che chiudono gli occhi davanti all’evidenza dei fatti, è bene rammentare cosa disse dopo pochi mesi dal suo insediamento alla presidenza del consiglio, in quello che ormai è ricordato da tutti come “l’editto Bulgaro” del 18 aprile 2002. In quell’occasione, Berlusconi, che era in visita ufficiale in Bulgaria, sentenziò l’epurazione di Daniele Luttazzi, Michele Santoro ed Enzo Biagi dalla televisione pubblica, perchè i loro programmi erano “….troppo faziosi in una TV di stato che invece dovrebbe essere imparziale”. In realtà si stavano già facendo le prove generali per insediare ai vertici di Saxa Rubra i fedelissimi del regime; dopodicché Silvio Berlusconi si ritrovò con le due maggiori emittenti nazionali dalla sua parte: controllava di fatto la Rai e allo stesso tempo continuava ad essere proprietario di Mediaset. Aveva così ottenuta la “sua” imparzialità. Nessuno, da quel momento in poi, avrebbe più osato parlare delle sue vicende personali. Insomma, un tipico comportamento stile dittatura sudamericana alla Pinochet. Enzo Biagi, a caldo, dopo l’editto commentò: “Vorrei sapere quale reato ho commesso: stupro, assassinio, rapina?”. La trasmissione “Il fatto”, dopo la pausa estiva, non sarebbe più andata in onda. Pertanto Berlusconi ha perso una buona occasione per potersene stare zitto e rispettare la memoria di un grandissimo uomo. Personalmente di Enzo Biagi mi è rimasta impressa nella mente un’apparizione in TV di tanti anni fa, credo fosse la fine degli anni 70, inizi anni 80. Io ero poco più che adolescente quando in TV mandarono in onda un’intervista fatta a Stefano Delle Chiaie, personaggio di spicco del terrorismo nero di quegli anni, all’epoca latinante, se non ricordo male, in un non meglio precisato paese sudamericano che gli garantiva protezione. Rimasi colpito e ammirato da tanto coraggio, poichè Biagi, per poter raggiungere il luogo dell’appuntamento fu incappucciato e portato nel covo di Delle Chiaie, mettendo così a repentaglio la propria vita. Ogni volta che lo vedevo in video pensavo a quell’intervista, a quel coraggio, a quella professionalità, a quanti giornalisti in Italia avrebbero fatto lo stesso. Concludo questo post, con l’augurio che Biagi ora possa incontrare in Paradiso Montanelli per firmare insieme pagine epiche di un modo di intendere il giornalismo che è morto insieme a loro. Ciao Enzo!
Liberismo e Statalismo: Le due facce della stessa medaglia
Pubblicato 24 Ottobre 2007 Attualità Leave a CommentCaro Pino,
scusa il ritardo nel rispondere al tuo post, ho avuto un bel traffico in questi giorni. Leggendo il tuo post mi son venuti alla mente episodi accaduti circa 15 anni fa. Ai tempi avevo circa la metà degli anni che ho adesso e più o meno il triplo delle illusioni di oggi. Ricordo che era da poco caduta l’Unione Sovietica e di conseguenza il sogno di milioni di individui. Alcuni incalliti sostenitori del capitalismo, dopo aver debitamente tacciato d’ideologia i comunisti, dicevano (dimostrando di essere ancora più ideologi dei comunisti) che l’Unione Sovietica è crollata perché la gente li non aveva più una motivazione per produrre. In pratica, siccome si faceva finta di pagare i lavoratori, i lavoratori facevano finta di lavorare. Nell’occidente invece, dove chi si dà da fare, chi lavora, emerge e diventa ricco, la gente è più motivata e lavora di più. Insomma la guerra fredda, che è costata sangue (Vietnam e Corea), nonché miliardi e miliardi di dollari bruciati in armamenti, era solo una guerra di motivazione. Ad un certo punto gli operai sovietici erano demotivati, e quindi hanno vinto gli operai americani. Quindici anni dopo scopri che c’é mancato mica troppo che il muro sarebbe crollato dall´altra parte. E allora incominci a chiederti quali erano le vere ragioni del crollo del loro sistema. Ecco, io non so se tu hai esperienza di lavoro presso una grossa azienda. Io ne ho conosciute dall´interno già tre. Quello che le accomuna è il fatto che tutte e tre sono governate da una burocrazia tanto grande e potente quanto inutile e costosa. In questo genere d’aziende tutte le decisioni che dovrebbero essere prese dal “centro” vengono prese in “periferia” e tutto quello che andrebbe deciso in “periferia” viene deciso in “centro”. Ci s’inventano le cose più assurde per giustificare il fatto che un certo numero di persone lavorano in questo o quel dipartimento/ufficio. D’altra parte se un capo-dipartimento è ONESTO e ammette di guidare un dipartimento inutile, questo è chiuso, e lui perde il suo posto privilegiato di capo. Quindi tiene la bocca chiusa, partecipa a riunioni dove non fa altro che porre l’accento l´importanza del suo dipartimento (che lui stesso sa non servire a niente), e continua a DANNEGGIARE l’azienda nel suo insieme. Finché appunto, qualcuno a un livello più alto, ma esterno alla cerchia di cui il capo-dipartimento in questione lavora, decide (sulla base di circolazioni degne di un computer della NASA, eseguite con software ideati su richiesta di gente inutile, per esigenze inutili e pagata con soldi utili) che l’intero stabilimento, o un gruppo di stabilimenti devono essere chiusi, perché i conti non tornano. E così sfumano migliaia di posti di lavoro. A questo punto capisci che il vero motivo che ha portato al crollo dell’Unione Sovietica, non è la motivazione dei suoi operai… quanto la burocratizzazione estrema di uno stato, che ad un certo punto non ha potuto più reggere finanziariamente. Ecco, spesso nei colossi del capitalismo occidentale succede lo stesso. Salvo poi, per ragioni di comodo, di dare la colpa vuoi all´11 settembre, vuoi al calo delle vendite, vuoi alla concorrenza dei cinesi, vuoi alla mancanza di questo e di quest’altro. Un saluto
E’ notizia fresca fresca che il colosso francese della grande distribuzione Carrefour si stia apprestando a chiudere 11 ipermercati nel centro sud. Non è dato di sapere quali siano le località chiamate in causa e quindi nessuna notizia certa riguardante le sorti dell’ipermercato di Cavallino che a questo punto, dopo più di dieci anni, rischia di chiudere battenti. Difatti ci sono in pericolo migliaia di posti di lavoro che molto probabilmente andranno in fumo. La decisione di chiudere alcune sedi del sud Italia è stata presa dai vertici dell’azienda francese perché sembra ci sia stato nel corso del 2006 un netto calo degli introiti, soprattutto dai centri dislocati qui al sud, dovuto, a quanto sembra, alla grave crisi economica di alcuni settori cardine dell’economia che ha prodotto un calo delle vendite. Di tutta questa storia, che vede protagonista ancora una volta il nostro già martoriato sud, l’aspetto curioso riguarda le strutture che rimarranno. Sembra infatti che uno dei probabili acquirenti, secondo fonti di radio capital, sia il gruppo facente capo a Marco Tronchetti Provera, la Pirelli S.p.A. Ma non si sa niente di certo circa l’utilizzo finale di queste strutture.
IL LIBRO: «In questo momento sta nascendo un bambino» di Enrico Letta
Pubblicato 7 Ottobre 2007 Attualità Leave a CommentEnrico Letta è deputato della margherita e candidato delle primarie per la corsa alla segreteria del neonato Partito Democratico. Ma non è in veste di politico che parlerò di Letta, bensì di scrittore, poiché è uscito da pochi giorni un bel libro dal titolo “In questo momento sta nascendo un bambino”.Lo scopo del parlamentare della margherita è analizzare la prospettiva di crescita futura dei bambini che nascono oggi: Quale scuola gli accoglierà fra dieci anni? Quali possibilità gli aprirà l’università? Troveranno un lavoro che gli consentirà di affrontare serenamente le responsabilità di una famiglia, o saranno costretti a restare troppo a lungo nella casa dei genitori, per mancanza di alternative? La loro vita adulta sarà gravata dalla montagna di debiti accumulati dalla generazione precedente, come accade agli italiani di oggi? Le donne avranno uguali opportunità di realizzazione degli uomini? Sono alcune delle domande secondo Letta, che una politica degna di questo nome dovrebbe mettere al centro della sua attenzione, invece di accontentarsi di navigare a vista tra gli egoismi personali e il bisogno di mantenere il potere conquistato. Lo scopo di una politica che può ancora appassionare i cittadini deve essere la costruzione del futuro. È per questo che Enrico Letta – partendo dalle tre parole chiave: libertà, mobilità, natalità – sceglie di raccontare l’Italia attraverso la prospettiva dei bambini che nascono oggi.
Breve biografia dell’autore:
Enrico Letta ha 41 anni. Si è laureato in diritto internazionale ed ha conseguito un dottorato di ricerca in Diritto delle comunità europee presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Ha conseguito un master in economia in una delle più prestigiose Università americane: HARWARD.Pur essendo giovanissimo, la sua carriera politica è lunga:Presidente dei Giovani democristiani europei dal 91 al 95; segretario generale del Comitato Euro del Ministero del Tesoro dal 96 al 97; vicesegretario nazionale del Partito Popolare Italiano dal 97 al 98. A soli 32 anni, dal 98 al 99, è stato il ministro più giovane della storia della Repubblica, periodo in cui ha ricoperto come guardasigilli il dicastero delle Politiche comunitarie. Ministro dell’Industria dal 99 al 2001 e, sempre nel 2001 nominato responsabile nazionale per l’economia della Margherita. Nel 2004 è stato eletto parlamentare europeo per la lista di Uniti nell’Ulivo. Nel 2006, viene nominato segretario alla presidenza del Consiglio dei ministri del Governo Prodi. E’ sposato ed ha due figli.
Di questi tempi parlare di problemi riguardanti la nostra città è diventato imbarazzante. Voi penserete: Perché? Perché qualsiasi argomento tu tratti passa sempre in secondo piano rispetto, ad esempio, alla crisi occupazionale, che vorrei precisare, non colpisce solo Casarano, ma tutta questa landa del Salento. Con tutta onestà credo sia giusto dare priorità alla crisi del calzaturiero, che sta producendo, in termini economici e sociali un’ inversione di marcia sul fattore della crescita e dello sviluppo del territorio. Ma lo dico con grande rispetto: Casarano ha anche altre “gatte da pelare” (visto che parliamo di animali) e, vi piaccia o no, bisogna che qualcuno, rompendo gli indugi, ne parli. Uno dei grattacapi irrisolti in questo nostro paese, riguarda l’ormai annoso problema del randagismo, per alcuni cittadini vissuto come un vero e proprio incubo. Mi è stato segnalato da un amico che sulla zona industriale di Casarano, un drappello di cani di varie misure, alcuni anche abbastanza grossi, si sarebbe impossessato del “territorio”. Sembra sia più che fondato il rischio di essere “attaccati da questi cani, pur trattandosi di una zona con bassa densità di pedoni in transito. Infatti solo una circostanza fortunata ha impedito che ciò accadesse a questo amico che, mentre si accingeva a fare jogging in quei paraggi, di sera, è stato attorniato dai randagi. Dall’atteggiamento assunto sembravano ostili all’”intruso”. Fortunatamente il malcapitato non si è lasciato prendere dal panico ed è riuscito a guadagnare con fatica lo sportello della sua autovettura, lontana pochissimi metri. Ora, se fosse stato azzannato, chi ne avrebbe risposto dei danni? Quale provvedimento si dovrà adottare per evitare che sfoci in tragedia ciò che all’apparenza sembra essere un problema marginale? Oppure, come spesso accade, aspettiamo che qualcuno venga addentato prima di mettere mano ai provvedimenti? Ad ogni modo, nell’attesa di risposte concrete da parte degli organi competenti, dico:EVVIVA i cani ed anche i gatti, giusto per evitare che qualcuno strumentalizzi questo post e mi accusi ingiustamente di essere anti animalista.
Nella foto: "cuccio" il mio bastardino
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di Marco Travaglio per l’Unità
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Da tre giorni, per esorcizzare il terrificante successo del V-Day parlando d’altro, la gran parte dei politici e dei giornali e tg al seguito si esercita intorno all’«attacco a Marco Biagi». Il primo a parlarne è stato Libero Mancuso, salvo poi rettificare: non gli è piaciuto un video sulla cosiddetta «legge Biagi» (scritta da Maroni, intestata da Berlusconi al giuslavorista dopo il suo assassinio, duramente contestata dal programma dell’Unione e da un libro di Grillo elogiato dal Quirinale). Ma le agenzie di stampa hanno continuato a ritmare le polemiche sugli «attacchi» o «insulti» o «offese a Biagi», anche se i loro inviati erano sul posto e potevano testimoniare che in 10 ore di V-Day nessuno ha mai citato «Marco Biagi» (il video, disponibile sul sito di Repubblica, parla della legge). Così la balla, rilanciata dall’«informazione» che dovrebbe stopparla, sèguita a rimbalzare di qua e di là. Immortale la faccia schifata di Francesco Giorgino mentre dice quattro parole di circostanza al Tg1 sull’iniziativa venturatamente riuscita, ansioso di passare al più presto alle cose serie, tipo festa dell’Udeur a Telese o forum di Cernobbio. Strepitoso Andrea Romano che ha trovato casa all’Einaudi di Berlusconi: sulla Stampa cita le solite «accuse a Biagi» e conclude che in un paese normale il V-Day «verrebbe recensito nelle pagine dello spettacolo» (infatti La Stampa ci apre la prima pagina). Memorabile il commento di Casini, per sua fortuna lontanissimo da piazza Maggiore: «Il V-Day è una cosa di cui vergognarsi: hanno attaccato Biagi, che andrebbe santificato». Ora, a parte il fatto che lui è uso santificare Dell’Utri, Andreotti e Cuffaro, in un paese serio qualcuno gli chiederebbe: scusi, Piercasinando, ci vuole gentilmente spiegare chi, quando e dove ha attaccato Biagi e, se non ce lo spiega vuole gentilmente scusarsi e vergognarsi lei? La leggenda metropolitana degli attacchi a Biagi ricorda quelle che han colpito altri due prìncipi della satira: Sabina Guzzanti e Daniele Luttazzi. Nel 2003, quando la Rai censura «Raiot», qualcuno tira fuori che Sabina ha attaccato la «razza ebraica» e un’antisemita non può lavorare in tv. Ma è vero l’opposto: Sabina ha detto che dire «razza ebraica» è antisemitismo, criticare Israele no. Una frase anti-antisemita. Ma la montatura serve a giustificare la censura parlando d’altro. Dieci giorni dopo l’Ansa informa (si fa per dire): «Pubblico imbarazzato al teatro Modena di Genova, dove Daniele Luttazzi, in veste di autore, ha messo in scena i suoi “Dialoghi platonici”: sotto accusa una scena in cui Andreotti, davanti al cadavere di Moro nella tristemente celebre Renault4, preso da eccitazione, lo denuda e lo sodomizza». Altra agenzia: «Luttazzi, sul palco, travestito da Andreotti fa atti osceni col cadavere di Moro». Quasi tutti i giornali riprendono la «notizia» senza verificarla. Il direttore del Tg2 tuona con un editoriale ad hoc: «La scena è una schifezza». Seguono fiumi di dichiarazioni di politici indignati, Bondi e Mastella in testa: altro che epurato, questo Luttazzi che sodomizza cadaveri sul palco non deve tornare mai più in tv. Piccolo particolare: né al teatro Modena né altrove, né Luttazzi né altri hanno mai sodomizzato nessuno, vivente né cadavere. La notizia è inventata di sana pianta. Stesso copione per Grillo: il 9 luglio, sul suo blog, riporta una falsa prima pagina dell’edizione bolognese del Corriere, fabbricata da chissà chi e circolante a Bologna, che lo ritrae in manette tra due carabinieri con un finto commento della vedova Calabresi. Grillo chiarisce che è un falso e rassicura i parenti di essere ancora a piede libero. Il 15 agosto, sulla prima pagina del Corriere, Pietro Ichino imputa a Grillo il falso d’autore e lo tratta come un mezzo terrorista: «Nel suo sito egli si è permesso di dileggiare Biagi, insieme a un’altra vittima del terrorismo, con una “versione satirica” del Corriere contenente il trafiletto che segue. Titolo: “Biagi come mio marito Calabresi: un martire”; testo: “Gemma Capra non ha dubbi: Bisogna smettere di insultare i servitori dello Stato. Altrimenti il rischio è che si ripeta quanto accaduto a suo marito Luigi Calabresi, ucciso solo per aver fatto prendere una boccata d’aria a Pinelli, o a Biagi, ammazzato solo per aver aiutato gl’imprenditori a sfruttare meglio i lavoratori”». Funziona così: uno fabbrica un falso su Grillo, Grillo lo smentisce e il Corriere lo attribuisce a Grillo. Sempre per parlar d’altro, s’intende.
In un palazzetto che ha visto affluire da Casarano numerosi tifosi della Italgest Salento d’amare ( io c’ero con tutta la famiglia) la squadra del patron Ivan De Masi ha conquistato contro il solito Bologna anche la supercoppa italiana di Pallamano. Per la squadra che si allena agli ordine di Mister Barrios è stata un ‘annata eccezionale: la conquista della coppa Italia prima, lo storico “primo” scudetto ( il primo di una lunga serie!) e ieri anche la Supercoppa di lega Italiana. Non male come inizio, anche se la ciliegina sulla torta sarebbe stata la partecipazione alla Champion’s league. Pazienza, i ragazzi ce l’hanno messa tutta e allo staff dirigenziale e tecnico faccio il mio personale “in bocca al lupo” per la prossima stagione agonistica che ci vedrà senz’altro protagonisti su tutti i campi, orgogliosi di portare in giro per l’Italia i colori della Casarano sportiva, grazie soprattutto alla famiglia De Masi. Uno dei mattatori della serata è stato in neo acquisto sloveno Rok Ivancic che ha messo a segno 8 reti insieme all’altro nuovo arrivato Grinishin. Grande partita in difesa anche per “Beppe” Lovecchio, mentre per il giovanissimo Radovcic (9 reti all’attivo!) bisogna dire che non è più una promessa della pallamano internazionale ma ormai una realtà. Un saluto particolare, oltre che al capitanoTarafino, anche a Lisicic per una pronta guarigione ( la squadra ha bisogno della sua esperienza) ed anche a “Lubo” Kovacevic, con la speranza che torni presto “Lubo mano di pietra”. Nel Bologna si è distinto il fortissimo centrale Raupenas, autore di 7 centri.
I tabellini:
Italgest Salento d’amare Vs Bologna UTD 33 – 27
Italgest Salento d’amare:
Fovio, Scarpa, Buffa, Modrusan, Kovacevic 1, Lovecchio 2, Torbica 2, Baroni, Ivancic 8, Grinishin 8, Radovcic 9, Tarafino, Kammerer 3, De Nuzzo. All. Barrios
Bologna UTD:
Montalto, Di Leo, Maione 4, Majnov 4, Lumello 4, Pettinari, Raupenas 7, Sirotic, Sampaolo, Zaniboni 2, Stefan 1, Carrara 1, Ceso, Montalto 6. All. Tedesco
Gli scandali che hanno colpito gli atenei di alcune città italiane, tra le quali il nostro capoluogo Bari, per le gravi irregolarità riscontrate agli esami di ammissione alle facoltà di Odontoiatria e Medicina ci riconducono, o meglio, ci fanno sprofondare drammaticamente in una situazione che credevamo fosse ormai storia del passato. In Italia i concorsi continuano ad essere truccati e non ci sono controlli che tengano; a maggior ragione quando chi deve controllare, meschinamente fa parte del “gioco”. Ancor più grave è l’aspetto sociologico del fenomeno: ragazzi, futuri professionisti, che all’età di 18/19 anni, in grande stile, iniziano a prendere confidenza con la cultura dell’inganno, spinti da genitori senza scrupoli a violare le regole del sistema ed infrangere la legge, a scivolare nel baratro dell’illegalità. Tutto questo per poter aspirare ad un posto in facoltà, per poter diventare un domani dottore in medicina, costi quel che costi. Poi, se papà è già un medico affermato, allora tutto è più facile, tutto è più semplice: laurea assicurata e posto garantito. Master in America, come minimo, sempre con i “piccioli”di papà e carriera spianata. Poi perché no!, la partecipazione ad un concorso indetto “ad hoc”, assolutamente “regolare”,nello stesso ospedale dove lavora papà o mamma, oppure lo zio, anche se si tratta di pura coincidenza e null’altro, per iniziare ad esercitare la professione. Quindi cosa vuoi che siano 8 mila euro per un paio di mesi di preparazione e 30 mila euro per avere la sicurezza matematica di poter entrare in facoltà e che tutto vada a buon fine: Ad occhio e croce, se il babbo ha anche uno studio privato ben avviato, si tratta soltanto di un mese di “sacrificio”. Ma per i figli, si sa, i sacrifici si fanno……Più che la scienza di “Ippocrate” mi sembra una casta di “ipocriti”. A chi credeva che in Italia i concorsi erano diventati una cosa seria dico questa frase in latino:”Nihil sub sole novi”, che vuol dire “nulla di nuovo sotto il sole. Una generazione va, un’altra viene, ma la terra resta sempre la stessa. Ciò che è stato sarà e ciò che si è fatto si rifarà..
Viva l’Italia!
Mi ero ripromesso che questo blog non avrebbe mai trattato argomenti politici, tantomeno “di parte”. Un’ eccezione la vorrei fare per questo post, in occasione dell’uscita nelle sale dell’ultimo film di Michael Moore «Sicko», anche se mi sembra doveroso fare una lunga precisazione. Personalmente non ho nulla contro il variegato popolo americano, viceversa condanno fermamente la politica imperialista dell’attuale amministrazione, ripudio il governo guerrafondaio di “Bush & company” e sulla pena di morte sapete già come la penso.Voglio essere sincero:Gli U.S.A. mi sono poco simpatici, anzi, vi sembrerà strano, ma credo che non ci sia una nazione senz’anima come gli States. I confini dei vari Stati sembrano siano stati tracciati da un geometra, tutti squadrati, privi di storia, di cultura, di tradizioni secolari. L’arroganza è un aspetto della loro dottrina, che vede l’interlocutore non come alleato ma come sottomesso. A dimostrazione di ciò, le inutili basi sparse per il pianeta, dopo la fine della guerra fredda, a difesa di un meno precisato nemico invisibile da combattere. La fine del 20 secolo ha visto scomparire il colonialismo, mentre si ricomponeva un nuovo impero coloniale. Nel territorio statunitense non c’è nessuna base militare straniera, mentre ci sono basi militari americane in tutto il mondo. In genere quando sei contro gli Stati Uniti, vieni etichettato come un “comunista” perché noi italiani siamo stereotipati, maestri del ragionamento per luoghi comuni; pertanto non si può non essere comunisti se si disprezza il popolo americano. Non volendo andare troppo lontano,prendo ad esempio quello che succede in Italia con Berlusconi: se tenti di uscire fuori dal (suo) coro e dissenti dalla sua opinione, non puoi non essere “comunista”. Per fugare anche questi dubbi vi dirò che meno simpatico e più disgusto provavo e provo tutt’ora per l’altrettanta guerrafondaia ex Unione Sovietica, oggi Russia di Putin, viceversa nazione ricca di storia ma incline all’appropriazione della sovranità altrui; governata da un ex agente del KGB, il temutissimo e spietato servizo segreto dell’ex impero sovietico che, quanto a metodi poco ortodossi per fare politica estera, ha messo in campo tutta la sua esperienza di vecchio marpione (Cecenia docet). Quindi sono contro gli imperialismi, di qualsiasi colore politico essi siano. Alcuni di voi sicuramente dissentiranno dal mio giudizio sull’America, ma come amo ripetere spesso vi dico: Vivaddio siamo in Democrazia ed ognuno esprime liberamente le proprie opinioni (attendo la vostra come commento su questo Post). A disprezzare l’attuale amministrazione americana, sono anche gli americani stessi, quelli appunto che hanno deciso di uscire fuori dal coro e non accettano tutto a prescindere. Uno di questi è il famoso regista Michael Moore che proprio in questi giorni sta presentando in Italia il suo ultimo film documentario sulla mala sanità americana, dal titolo «SICKO», che mette a nudo tutte le contraddizioni di una nazione democratica con la “d” minuscola. Naturalmente abbiamo visto troppi serial ospedalieri per non aver capito che in America sei curato solo se hai una carta di credito o un assicurazione, altrimenti sei destinato a marcire fuori dall’ospedale. In questa condizione di disagio si trovano la bellezza di 50 milioni di cittadini statunitensi che non hanno i mezzi sufficienti per potersi curare. Funziona molto meglio il tanto bistrattato servizio sanitario italiano, tanto per farci un’idea della situazione. Il regista Moore ha fatto una cosa clamorosa: ha caricato su un grande motoscafo un gruppo di soccorritori dell’11 settembre 2001, che sentono ancora in gola le polveri del crollo delle torri, gente che non ha diritto ad essere curata gratuitamente, parenti delle vittime che dopo il danno subiscono la beffa. Li ha portati a Cuba, nel Habana Hospital, a curarsi “gratuitamente”.Per quest’ episodio Moore ha ricevuto denunce e ha procedimenti giudiziari ancora in corso, formalmente per aver violato l’annoso embargo contro Cuba imposto dal governo americano con il suo capitalismo selvaggio, incapace di curare anche i propri eroi civili, mentre a Cuba si assistono anche gli stranieri. Un film assolutamente da vedere.
“La misteriosa fiamma della regina Loana” di Umberto Eco
Pubblicato 24 Agosto 2007 Cultura 2 Commentsdi: William Ghilardi
Rieccomi di nuovo a parlare del piú grande scrittore (anche se scrivere romanzi per lui é solo un hobby) vivente: Umberto Eco. “La misteriosa fiamma della regina Loana” é uno di quei romanzi che lo leggi e ti arricchisci. Uno spaccato di storia d´Italia. Ma una storia raccontata, come ce la si aspetterebbe da un nonno che l´ha veramente vissuta, ma al tempo stesso riscoperta come ci aspetterebbe da uno che l´ha dimenticata come il protagonista del romanzo. Non le vicende politche, gli intrighi, le cronache. Nossignore, qui raccontiamo la storia dell´uomo della strada, quella che non trovi su nessun libro di storia. Come si viveva, cosa si faceva allora, quali ansie e quali preoccupazioni aveva l´uomo del tempo, cosa leggeva, cosa ascoltava. Insomma l´uomo concreto quasi tangibile e non l´uomo astratto al quale ci abituano i libri di storia. E la raccontiamo con gli occhi di un uomo che ha perso la memoria. Un uomo che non sa piú chi é, come si chiama, chi é la sua famiglia. La raccontiamo con gli occhi di un uomo che cerca di ricostruire il suo passato, la sua storia come un archeologo cerca di ricostruire la storia di un popolo vissuto milleni fa, attraverso i documenti sopravvissuti, foto, ritagli di giornale, dischi, ambienti, personaggi. E li la ricerca della propria identitá si confonde con la storia d´Italia degli ultimi decenni. Non ho detto come si chiama il protagonista di questo romanzo, perché il protagonista del romanzo “la misteriosa fiamma della regina Loana” é chi lo legge.
Animato dalla stessa straordinaria forza narrativa che ha fatto del “Cacciatore di aquiloni” un classico amato in tutto il mondo, “Mille splendidi soli” è a un tempo un’incredibile cronaca della storia dell’Afghanistan degli ultimi trent’anni e una commovente storia di famiglia, di amicizia, di fede, e della salvezza che possiamo trovare nell’amore. Nate a distanza di una generazione, e con idee molto diverse, Mariam e Laila sono due donne che la guerra e la morte hanno costretto a condividere un destino comune. Mentre affrontano i pericoli che le circondano – sia nella loro casa che per le strade di Kabul – Mariam e Laila danno vita a un rapporto che le rende sorelle e che alla fine cambierà il corso delle loro vite e di quelle dei loro discendenti. Con grandissima sensibilità e padronanza del racconto, Hosseini mostra come l’amore di una donna per la sua famiglia possa spingerla a gesti inauditi e a eroici sacrifici, e come alla fine sia l’amore, o persino il ricordo dell’amore, l’unica via per sopravvivere.
Sono passati poco più di due anni da quando l’amico Eugenio Memmi mi pubblicò sul suo sito www.tuttocasarano.it quest’articolo. A distanza di tanto tempo vorrei riproporlo sul mio blog poichè l’argomento è più attuale che mai e soprattutto per non dimenticare!
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“Quando i bambini fanno ohohohoho …che meraviglia…che meraviglia…mentre i cretini fanno boh !!” Caro Eugenio, come avrai capito, si tratta del tormentone del momento; i bambini che si ribellano alla guerra e, a gran voce, invocano la pace, l’amore tra i popoli. E’ una di quelle canzoni che, a sentirla, ti mette una carica incredibile e ti fa ben sperare; purtroppo le cose stanno diversamente. Le canzoni per i bimbi, giustamente, hanno sempre un lieto fine , la realtà invece ci racconta di bambini che, in alcune parti del mondo, sono costretti ad imbracciare un fucile, una mitraglietta, una pistola, bombe a mano ed andare a …..fare bhooooo …proprio come i grandi! Da un recente dossier, reso pubblico da alcune organizzazioni umanitarie (http://www.savethecildren.it/), è stato accertato che sono circa trecentomila, al mondo, i minori costretti ad imbracciare un’arma; bambini-soldato che non hanno raggiunto la maggiore età.Gli stati che si macchiano di questo abominio sono in gran parte Africani: Etiopia, Angola, Burundi,Ruanda, Somalia,Sierra Leone,Uganda, Liberia, Mozambico, Repubblica del Congo; ma anche stati sudamericani: Colombia, Messico, El Salvador, Nicaragua.Purtroppo anche il “civilissimo” occidente è riuscito ad entrare in questa “speciale” classifica poiché stati come la Gran Bretagna e il Canada arruolano nel proprio esercito ragazzini di sedici anni che spesso mandano a combattere senza una preparazione specifica, come è successo nell’ultimo conflitto in Kosovo, dove si sono registrate anche delle vittime tra i giovanissimi soldati.Negli anni settanta furono emblematiche quelle poche immagini che i reporter riuscirono a immortalare in Birmania, Laos, Cambogia, Vietnam , di “soldatini”, costretti a combattere al fianco dei Khmer rossi e di Pol Pot ; sembra passato un secolo da allora, ma sono passati solo pochi decenni e, a quanto sembra, non è cambiato nulla. Ho letto un interessante articolo di una giornalista “freelance” croata. Raccontava che le maggiori atrocità avvengono in Mozambico, dove, i guerriglieri costringono i bambini ad ammazzare i loro genitori, sicchè, una volta rimasti orfani, possono restare sotto il loro completo controllo. Bambini drogati e spinti all’uso di alcolici, illusi con false promesse di gloria, obbligati a riti macabri: costretti a diventare stupratori, seviziatori, torturatori e, a loro volta, stuprati, seviziati e torturati . Bambini obbligati a guardare in faccia i morti, considerati veri e propri “trofei”, bambini che hanno perso l’innocenza troppo presto, ai quali sono stati strappati via gli anni più belli della vita. Bambini soltanto all’anagrafe, diversi e lontani dai nostri, che, viceversa, non fanno altro che ingozzarsi di nutella, patatine fritte, merendine, mentre fanno la guerra, ma solo per gioco, davanti ad una playstation oppure davanti ad un personal computer.
“Le piccole memorie” di Josè Saramago è un libro di ricordi d’infanzia che abbraccia il periodo fra i 4 e i 15 anni di vita dello scrittore: “non è letteratura su ciò che ho vissuto, bensí quello che ho vissuto. Se avessi dato forma letteraria alla mia vita, sarebbero venute fuori 500 pagine”, precisa Saramago in una intervista. Dalla nascita, nel 1922, nel paese di Azinhaga, nel Ribatejo, agli studi nella scuola industriale di Lisbona. Ricorda il convivio con il nonno contadino, un uomo saggio e analfabeta, con il quale imparò a badare ai maiali e ad osservare la Via Lattea. Parla del trasferimento a Lisbona, dove il padre va a lavorare come agente di pubblica sicurezza, e dove la famiglia andrà ad abitare in piccole stanzette di quartieri popolari, sempre all’ultimo piano, dagli affitti piú a buon mercato. A Lisbona, il bambino timido si trasforma in un adolescente contemplativo, che non perde nessun film del cinema “Piolho”, nel quartiere della Mouraria. E’ un bravo alunno, ma ben presto interrompe gli studi causa le difficoltà finanziarie della famiglia. Saramago è rimasto molto legato al bambino che era, ed egli stesso si sorprende della quantità di ricordi che serba dell’infanzia e dell’adolescenza: il giorno, per esempio, in cui venne assalito dal cane di un vicino; le donne che ricorrevano alla fattucchiera quando le cose andavano male; la madre che alla fine di ogni inverno andava ad impegnare le coperte per qualche spicciolo; o il giorno in cui gettò nella spazzatura la carta geografica sulla quale seguiva la guerra civile della Spagna, deluso dai giornali portoghesi che annunciavano solo le vittorie del generale Franco. Altri ricordi rivelano la fonte di ispirazione di futuri romanzi, come la gita che fece a Mafra, che avrebbe dato lo spunto, mezzo secolo dopo, a “Memoriale del convento”; o le ricerche all’anagrafe, in cerca di notizie sulla morte del fratello Francisco, che avrebbero fornito materiale per “Tutti i nomi”.
Non passa giorno che non legga sui quotidiani locali dell’ennesimo incidente mortale sulle strade del Salento. Una vera e propria “mattanza” che non si riesce a fermare e che si protrae da mesi e mesi. Spesso si tratta di giovani vite spezzate, di ragazzi che incontrano prematuramente la “signora” senza volto, avviluppata nel suo sventolante mantello nero che impugna con una mano una lunga falce. Ho cercato di immaginare questo insolito e tragico appuntamento con la morte: Lei è lì ad aspettare sul ciglio della strada per quell’incontro indesiderato, non voluto ma gia stabilito per tutti al momento del concepimento in grembo materno; una spada di Damocle che portiamo sulla testa fin dalla nascita. Quel percorso di vita e di morte scritto con inchiostro indelebile su quella lucida lama di questa dama nerovestita che è lì ad attenderci, impassibile, senza alcun sentimento di rimorso, crudele, spietata, priva di vitalità della quale è assetata e sua unica e sola fonte di nutrimento. Pronta a catturare l’ennesima preda, mai sazia di quel bottino che ogni giorno si fa sempre più cospicuo. La morte si sa, è cieca, colpisce senza alcuna logica, è irrazionale nella sua lucidità; ti prende quando vuole e non da mai, non le dobbiamo nulla fino a quando non è lei a pretendere, senza deroghe, senza regole, senza alcuna possibilità di rimandare quell’incontro, nessuna possibilità di rinunciarvi. Sic et simpliciter. La morte è onnipotente, proprio come il nostro buon Dio: stessa grandezza, stessa onnipresenza, stessi poteri, stessa fonte di nutrimento. La morte e la vita: senza l’una non ci sarebbe l’altra, entrambe protagoniste della nostra esistenza, lunga o breve che sia. « …sono la morte e sono qui per te – dice al giovane – », «…prendi qualcun altro, io ho ancora voglia di vivere, sono giovane, vorrei sposarmi, fare dei figli, amare tutti i miei cari – disse il ragazzo…», ….« ….è stato gia scritto ….– sentenziò la morte…..».
Molti non saranno d’accordo con me ma credo che “Baudolino” sia il romanzo più lucido di Umberto Eco, forse il più bello e certamente il più felice dopo “Il nome della rosa”, scritto dal professore di semiotica nel lontano 1980. In questo romanzo storia e fantasia si intrecciano, così come i suoi personaggi. Dal “fantastico” Baudolino, protagonista principale, figlio di contadini che riuscirà con la sua indole fantasiosa e millantatrice ad entrare nelle grazie del temuto imperatore tedesco Federico Barbarossa, a Niceta Coniate, personaggio realmente vissuto, storico bizantino nonché cancelliere del basileo di Bisanzio. Sarà proprio Baudolino a trovarsi nel bel mezzo dell’assedio di Costantinopoli e a dover raccontare a Niceta la sua storia ripercorsa in 60 anni. Capitolo dopo capitolo racconterà, tra storico e fantastico, di amori impossibili, di feroci battaglie, di grandi storie di odio ed amicizie, di intrighi ed aneddoti. A mio avviso molto dotta ed interessante è la narrazione che riguarda la nascita e l’espansione di alcune grandi città del nord sotto il regno di Federico Barbarossa: Tra queste la storia di Alessandria, città natale di Umberto Eco.
“Il cacciatore di aquiloni” di Khaled Hosseini è un libro che ho letto un paio di mesi fa. A dire il vero lo avevo comprato per regalarlo a mia moglie, rimasta entusiasta in occasione di un articolo apparso su un settimanale che ne recensiva il racconto. In genere, tra le prime cose che si leggono, all’inizio di un romanzo, ci sono le biografie degli autori, la sintesi del racconto ed in alcuni casi la critica in pillole di autorevoli riviste specializzate. Mi ha colpito molto il giudizio dato dal sito http://www.amazon.com/ che dice testualmente: “ Questo libro ha un solo difetto: lo si divora troppo in fretta”. Aveva ragione. Il romanzo è talmente avvincente e straordinario che l’ho letto in un paio di giorni o poco più. E’ la storia di un amicizia profonda tra Amir ed Hassan e lo scenario è quello di un Afganistan ai tempi dell’occupazione sovietica, successivamente “liberato” per modo di dire, dai Talebani. Se mi è consentito un personale giudizio, direi che è un romanzo propedeutico, da consigliare a tutti quelli che non riescono a leggere un libro, magari spaventati dalle 390 pagine che compongono questo romanzo. La lettura è scorrevole e “leggera”, un lessico semplice e chiaro, privo di paroloni. Insomma ci sono tutti i presupposti per leggerlo tutto. Come al solito vi anticipo un riassunto del racconto: __
C’è stato un tempo in cui Kabul era una città in cui volavano gli aquiloni e in cui i bambini davano loro la caccia. Amir e Hassan hanno trascorso lì la loro infanzia felice e formavano una coppia eccezionale nei tornei cittadini di combattimenti tra aquiloni. Niente al mondo però può cambiare certi dati di fatto: l’uno pashtun, l’altro hazara; l’uno sunnita, l’altro sciita; l’uno padrone, l’altro servo. Amir, il ricco, era il pilota; Hassan, il servo, era il suo secondo. Poi però gli aquiloni non volarono più. E’ una storia di padri e figli, di amicizia e tradimento, di rimorso e redenzione, di fughe e ritorni sullo sfondo di un Afghanistan schiacciato dalla morsa sovietica prima e dai talebani poi. Amir, figlio di un ricco uomo d’affari, viveva con il padre Baba in quella che era considerata da tutti la più bella casa di Wazir Akbar Khan, un nuovo quartiere nella zona nord di Kabul. Anche Hassan viveva con il padre Ali, in una capanna di argilla, all’ombra del nespolo situato all’estremità meridionale del giardino della casa di Baba e Amir. Ma un giorno, sotto gli occhi dell’amico, qualcosa di terribile accadde ad Hassan. Amir commise una colpa terribile e l’armonia tra i due si infranse. “Sono diventato la persona che sono oggi all’età di dodici anni, in una gelida giornata invernale del 1975. Ricordo il momento preciso: ero accovacciato dietro un muro di argilla mezzo diroccato e sbirciavo di nascosto nel vicolo lungo il torrente ghiacciato. E’ stato tanto tempo fa. Ma non è vero, come dicono molti, che si può seppellire il passato. Il passato si aggrappa con i suoi artigli al presente. Sono ventisei anni che sbircio di nascosto in quel vicolo deserto. Oggi me ne rendo conto.” Queste le parole di Amir adulto che vive da ormai vent’anni in America, dove è fuggito con il padre. E, quando una telefonata inaspettata lo raggiunge a San Francisco, comprende che deve partire e tornare a casa. Un viaggio di ritorno, un viaggio dentro di sé, un viaggio di espiazione, un viaggio di riscatto. Ricordi assordanti e prorompenti, sensazioni sopite ma mai dimenticate. Ad attenderlo non ci sono però solo i rimorsi e i fantasmi della sua coscienza; quella che una volta era casa e patria è ora una landa desolata, terra di relitti umani e di donne invisibili la cui bellezza non esiste più. Qui avere un padre o un fratello, dopo gli indiscriminati stermini dei talebani, è una vera rarità; qui incrociare il loro sguardo, il più delle volte, significa tortura e morte; qui regnano sgomento e terrore. Nonostante il finale “americano” e cinematografico (la Dreamworks casa di produzione di Steven Spielberg ne ha acquistato i diritti per trarne un film) è una storia toccante e coinvolgente che vale la pena di leggere e su cui riflettere.
Vivevo a Novara e quel giorno (probabilmente una domenica) decisi di andare a trovare amici a Milano. Mi fermai in edicola con l´idea di comprare un giornale da leggere in treno (la linea Torino-Milano é la piú disgraziata d´Italia con ritardi che a volte raggiungono l´ora, a volte un giornale aiuta a sopportare i disagi…), ma mi resi conto che con il costo di un giornale potevo comprare uno di quei libri che nessuno vuole da anni. Fu cosí che mi capitó tra le mani per la miseria di 1500 lire un libro che mi fece riflettere come pochi altri nella mia vita. “Caccia agli scienziati nazisti” di Michel Bar-Zohar. In questo libro si parla di un curioso bottino di guerra che gli alleati hanno razziato alla sconfitta Germania nazista. Un bottino fatto non di beni ma di cervelli. Il titolo parla di scienziati, in realtá il grosso dei protagonisti sono ingegneri, gli unici veri scienziati di cui si parla sono il “barone rosso” (Manfred von Ardenne ) e Werner Karl Heisenberg ovvero l´uomo dell´ “atomica nazista”. Per gli interessati esiste ancora nella leggendaria cittá di Haigerloch il laboratorio dove Heisenberg e i suoi collaboratori hanno lavorato per dare a Hitler la bomba atomica (fortunatamente senza successo). http://www.haigerloch.de/stadt/keller_englisch/EKELLER.HTM
Torniamo al libro ovvero alla storia di questi ingegneri (il piú famoso dei quali fu Werner von Braun) che divennero selvaggina di lusso per i cacciatori americani e sovietici che volevano e bisognavano di cervelli per costruire gli armamenti che tolsero il respiro a tutto il pianeta durante gli anni della guerra fredda. Pochi sanno, ad esempio, che il contributo di questi uomini permise ai russi di mandare lo Sputnik in orbita, pochi sanno che al progetto Manhattan lavorarono fisici che erano fuggiti alla ferocia nazista. Pochi sanno che dopo la seconda guerra mondiale i tecnici e ingegneri che non trovarono lavoro presso gli americani o presso i sovietici si misero a lavorare per il presidente egiziano Nasser e al suo sogno di cancellare lo stato israeliano. Ma non sono tanto le vicende storiche che mi hanno colpito, quanto piú di tutto le vicende umane di questi uomini. E soprattutto mi ha colpito e scosso il fatto di come questi uomini dalla straordinaria intelligenza venivano impiegati a costruire armi per distruggere. Asimov scrisse che la curiositá ha trasformato l´animale in Uomo e lo scrisse con parole molto forti, che ricordano la Bibbia:”In principio era la curiositá”. Questo bisogno di scoprire e svelare i segreti della natura é stato usato per distruggerla. Come questo sia accaduto, lo racconta Michel Bar-Zohar in questo libro.
‘da sinistra a destra: W.K. Heisemberg e M.Von Ardenne
Per una buona lettura sotto l’ombrellone propongo ai visitatori del mio blog un romanzo uscito già da alcuni mesi: «INNOCENTE» scritto da John Grisham, il re indiscusso dei “Legal Thriller”. Questa volta, a differenza degli altri romanzi di Grisham (tranne l’autobiografico “La casa dipinta”), siamo di fronte ad una storia vera che non è frutto della fantasia dell’autore. Un uomo è ingiustamente condannato per omicidio e rinchiuso in uno dei tanti bracci della morte sparsi per i penitenziari degli Stati Uniti d’America. E’ la storia di Ron Williamson, ex promessa del baseball che, quando sta per sfondare nel mondo dei professionisti è fermato da un grave infortunio al braccio che ne comprometterà irrimediabilmente la carriera. Dal quel momento inizia la spirale discendente, prima con la depressione, accompagnata da un uso massiccio d’Alcool e marijuana, poi lo stato d’infermità mentale. Entra ed esce dalla galera. Il più delle volte per guida in stato d’ubriachezza. E’ accusato un paio di volte di stupro, ma grazie all’aiuto di un avvocato, amico di una delle sorelle, viene scagionato. Fino a quando non è accusato ingiustamente dell’omicidio di una giovane ragazza del suo paese e tenuto in galera per ben 19 anni prima di ottenere giustizia. Lo sto leggendo in questo momento e devo dire che è veramente bello e appassionante. Qui di seguito una sintesi della storia.
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La storia:
L’8 dicembre 1982, nella cittadina di Ada, in Oklahoma, la giovane Debbie Carter viene ritrovata da un’amica sul pavimento della propria casa. È nuda, coperta di sangue, e qualcuno ha scritto parole incomprensibili sul suo corpo. Ada è una tranquilla località del Midwest, dove tutti si conoscono e si ritrovano in chiesa. Nessuno avrebbe mai creduto possibile un omicidio tanto sanguinoso, e la stessa polizia è impreparata all’evento. Per quasi cinque anni il caso rimane irrisolto, fino a quando gli inquirenti non decidono di incriminare Ron Williamson, già noto alle forze dell’ordine per i suoi comportamenti bizzarri, al limite della follia. In “Innocente” John Grisham ricostruisce con la precisione del legale e l’empatia del grande romanziere la vicenda personale e giudiziaria di Williamson. Promettente giocatore di baseball, Ron lascia Ada nel 1971 per trasferirsi a Oakland, in California, come prima scelta della squadra professionistica locale. Sei anni dopo, i suoi sogni si infrangono per colpa di un infortunio al braccio. Rifugiatosi nell’alcol e nelle droghe, tornerà da sconfitto in Oklahoma, incapace di mantenere un lavoro o un qualsiasi rapporto stabile e mostrando progressivi segni di squilibrio. Quando la polizia si convince che è lui l’assassino di Debbie Carter, Williamson non ha modo di difendersi. Non ha denaro per pagarsi un avvocato decente, i suoi concittadini lo guardano con sospetto e la malattia mentale lo rende inabile ad affrontare un processo. Nonostante gridi la propria innocenza,Williamson verrà travolto da una spirale giudiziaria che lo porterà nel braccio della morte, e a un passo dall’esecuzione. Il caso di Ron Williamson ha ossessionato John Grisham per anni, da quando il maestro del legal thriller ha letto incidentalmente la sua vicenda su un giornale locale, decidendo di raccontare per la prima volta un fatto realmente accaduto. Il risultato è una storia umana avvincente e scioccante, pervasa di una forte tensione morale, che arriva a mettere in discussione l’intero sistema legale americano.
Riviste e giornali hanno dato pochissimo risalto a questa lettera. Molto probabilmente all’estero susciterà più interesse. A volte tocca a noi blogger informare i lettori e sostituirci a chi scrive per mestiere. Questa lettera/denuncia di Salvatore Borsellino, fratello del compianto Paolo, è stata scritta e divulgata sul web dal 15 luglio u.s.
19 Luglio 1992 : Una strage di stato
Per anni, dopo l’estate del 1992 sono stato in tante scuole d’Italia a parlare del sogno di Paolo e Giovanni, a parlare di speranza, di volontà di lottare, di quell’alba che vedevo vicina grazie alla rinascita della coscienza civile dopo il loro sacrificio, dopo la lunga notte di stragi senza colpevoli e della interminabile serie di assassini di magistrati, poliziotti e giornalisti indegna di un paese cosiddetto civile. Poi quell’alba si è rivelata solo un miraggio, la coscienza civile che purtroppo in Italia deve sempre essere svegliata da tragedie come quella di Capaci o di Via D’Amelio, si è di nuovo assopita sotto il peso dell’ indifferenza e quella che sembrava essere la volontà di riscatto dello Stato nella lotta alla mafia si è di nuovo spenta, sepolta dalla volontà di normalizzazione e compromesso e contro i giudici, almeno contro quelli onesti e ancora vivi, è iniziata un altro tipo di lotta, non più con il tritolo ma con armi più subdole, come la delegittimazione della stessa funzione del magistrato, e di quelli morti si è cercato da ogni parte di appropriarsene mistificandone il messaggio. Per anni allora ho sentito crescere in me, giorno per giorno, sentimenti di disillusione, di rabbia e a poco a poco la speranza veniva sostituita dalla sfiducia nello Stato, nelle Istituzioni che non avevano saputo raccogliere il frutto del sacrificio di quegli uomini, e allora ho smesso di parlare ai giovani convinto che non era mio diritto comunicare loro questi sentimenti, soprattutto che non era mio diritto di farlo come fratello di Paolo che, sino all’ultimo momento della sua vita, aveva sempre tenuto accesa dentro di sé, e in quelli che gli stavano vicino, la speranza, anzi la certezza, di un domani diverso per la sua Sicilia e per il suo Paese. Per anni allora non sono neanche più tornato in Sicilia, rifiutandomi di vedere, almeno con gli occhi, l’abisso in cui questa terra era ancora sprofondata, di vedere, almeno con gli occhi, come tutto quello contro cui Paolo aveva lottato, la corruzione, il clientelismo, la contiguità fossero di nuovo imperanti, come nella politica, nel governo della cosa pubblica, fossero riemersi tutti i vecchi personaggi più ambigui, spesso dallo stesso Paolo inquisiti quando ancora in vita, e nuovi personaggi ancora peggiori dato che ormai oggi essere inquisiti sembra conferire un’aureola di persecuzione e quasi costituire un titolo di merito. Da questa mia apatia, da questo rinchiudermi in una torre d’avorio limitandomi a giudicare ma senza più volere agire, sono stato di recente scosso da un incontro illuminante con Gioacchino Basile, un uomo che ha pagato sempre di persona le sue scelte, che, all’interno dei Cantieri Navali di Palermo e della Fincantrieri, ha sempre condotto, praticamente da solo e avendo contro lo stesso sindacato, quella lotta contro la mafia che sarebbe stata compito degli organismi dello Stato, Stato che invece, secondo le sue circostanziate denunce, intesseva accordi con la mafia trasformando le Partecipazioni Statali in un organismo di partecipazione al finanziamento e al potere della mafia in Sicilia. I fatti riferiti in queste denunce, di cui Paolo Borsellino si era occupato nei giorni immediatamente precedenti il suo assassinio, sono state oggetto di una “Relazione sull’infiltrazione mafiosa nei Cantieri Navali di Palermo” da parte della Commissione Parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia (relatore on. Mantovano) ma come purtroppo troppo spesso succede in Italia con gli atti delle commissioni parlamentari, non hanno poi avuto sviluppi sul piano parlamentare mentre su quello giudiziario, come sempre succede quando si passa dalle indagini sulla mafia a quello sui livelli “superiori”, hanno subito la consueta sorte dell’archiviazione. Gioacchino Basile è convinto che l’interesse personale che Paolo gli aveva assicurato nell’approfondimento di questo filone di indagine e l’averne riferito in uno dei suoi incontri a Roma nei giorni immediatamente precedenti la sua morte, sia il motivo principale della “necessità” di eliminarlo con una rapidità definita “anomala” dalla stessa Procura di Caltanissetta e che la sparizione di questo dossier dalla borsa di Paolo sia stata contestuale alla sottrazione dell’agenda rossa. Per parte mia io credo che questo possa essere stato soltanto uno dei motivi, all’interno del più ampio filone “mafia-appalti” che lo stesso Paolo aveva fatto intuire fosse il motivo principale dell’eliminazione di Giovanni Falcone insieme alla sua ormai certa nomina a Procuratore Nazionale Antimafia. Il motivo principale credo invece sia stato quell’accordo di non belligeranza tra lo stato e il potere mafioso che deve essergli stato prospettato nello studio di un ministro negli incontri di Paolo a Roma nei giorni immediatamente precedenti la strage, accordo al quale Paolo deve di sicuro essersi sdegnosamente opposto. Su questi incontri, che Paolo deve sicuramente aver annotato nella sua agenda scomparsa, pesa un silenzio inquietante e l’epidemia di amnesie che ha colpito dopo la morte di Paolo tutti i presunti partecipanti lo ha fatto diventare l’ultimo, inquietante, segreto di Stato, come inquietanti sono i segreti di Stato e gli “omissis” che riempiono le inchieste su tutte le altre stragi di Stato in Italia. Ma il vero segreto di Stato, anche se segreto credo non sia più per nessuno, è lo scellerato accordo di mutuo soccorso stabilito negli anni tra lo Stato e la mafia. A partire da quando i voti assicurati dalla mafia in Sicilia consentivano alla Democrazia Cristiana di governare nel resto dell’Italia anche se questo aveva come conseguenza l’abbandono della Sicilia, così come di tutto il Sud al potere mafioso, la rinuncia al controllo del territorio, l’accettazione della coesistenza, insieme alle tasse dello Stato, delle tasse imposte dalla mafia, il pizzo e il taglieggiamento. E, conseguenza ancora più grave, la rinunzia, da parte dei giovani del sud, alla speranza di un lavoro se non ottenuto, da pochi, a prezzo di favori e clientelismo e negato, a molti, per il mancato sviluppo dell’ industrializzazione rispetto al resto del paese. A seguire con il “papello” contrattato da Riina con lo Stato con la minaccia di portare la guerra anche nel resto del paese (vedi via dei Georgofili e via Palestro), contrattazione che è stata a mio avviso la causa principale della necessità di eliminare Paolo Borsellino, e di eliminarlo in fretta. A seguire, infine, con l’individuazione di nuovi referenti politici dopo che le vicende di tangentopoli aveva fatto piazza pulita di buona parte della precedente classe politica e dei referenti “storici”. Accordi questi che costituiscono la causa del degrado civile di oggi dove si consente che indagati per associazione mafiosa governino la Sicilia e dove, a livello nazionale, cresce, almeno nei sondaggi, il consenso popolare verso chi ha probabilmente adoperato capitali di provenienza mafiosa per creare il proprio impero industriale con annesso partito politico. Come possono allora chiamarsi “deviati” e non consoni all’essenza stesso di questo Stato quei “Servizi” che, per “silenzio-assenso” del capo del Governo o su sua esplicita richiesta, hanno spiato magistrati ritenuti e definiti “nemici” nei relativi dossier e addirittura convinto altri magistati a spiare quei loro colleghi che, sempre negli stessi dossier, venivano definiti come “nemici”, “comunisti” e “braccio armato” della magistratura, con un linguaggio che non è difficile ritrovare negli articoli di certi giornali e nelle dichiarazioni di certi poltici. Giaocchino Basile mi dice che sarebbe mio diritto “pretendere” dallo stato di conoscere la verità sull’assassinio di Paolo, ma da “questo” Stato, dal quale ho respinto “l’indennizzo” che pretendeva di offrirmi quale fratello di Paolo, indennizzo che andrebbe semmai offerto a tutti i giovani siciliani e italiani per quello che gli è stato tolto, sono sicuro che non otterrò altro che silenzi. Gli stessi silenzi, lo stesso “muro di gomma”, che hanno dovuto subire i figli del Generale Dalla Chiesa, i parenti dei morti in quella interminabile serie di stragi, la strage di Portella della Ginestra, la strage di Piazza Fontana, la strage di Piazza della Loggia, la strage del Treno Italicus, la strage di Ustica, la strage di Natale del rapido 904, la strage di Pizzolungo, le stragi di Via dei Georgofili e di Via Palestro, delle quali oggi si conoscono raramente gli esecutori, mai i mandanti e spesso neanche il movente, susseguitesi mentre nel nostro Sud, grazie alla latitanza delle altre istituzioni dello Stato, uno dopo l’altro venivano uccisi tutti i Magistrati e i rappresentanti delle forze dell’ordine che della lotta alla mafia avevano fatto la propria ragione di vita, in una tragica sequenza che non ha eguali in nessuno degli altri paesi del mondo cosiddetto civile. Io mi chiedo invece, con amarezza , di quante altre stragi, di quanti altri morti avremo ancora bisogno perché da parte dello Stato ci sia finalmente quella reazione decisa e soprattutto duratura, come finora non è mai stata, che porti alla sconfitta delle criminalità mafiosa e soprattutto dei poteri, sempre meno occulti, ad essa legati, perché venga finalmente rotto quel patto scellerato di non belligeranza che, come disse il giudice Di Lello il 20 Luglio del 1992, pezzi dello Stato hanno da decenni stretto con la mafia e che ha permesso e continua a permettere non solo la passata decennale latitanza di boss famosi come Riina e Provenzano ma la latitanza e l’impunità di decine di “capi mandamento” che sono i veri padroni sia di Palermo che delle altre città della Sicilia. Da parte mia sono certo che non riuscirò a conoscere la verità in quel poco che mi resta da vivere dato che, a 65 anni, sono solo un sopravvissuto in una famiglia in cui mio padre, il fratello di mio padre, mio fratello, sono tutti morti a 52 anni, i primi per cause naturali, l’ultimo perché era diventato un corpo estraneo allo Stato le cui Istituzioni egli invece profondamente rispettava (sempre le Istituzioni, non sempre invece quelli che le rappresentavano). Spero soltanto che, in questo anniversario, mi siano risparmiate la vista e le parole dei tanti ipocriti che oggi piangono su Paolo e Giovanni quando, se fossero ancora in vita, li osteggerebbero accusandoli, nella migiore della ipotesi , di essere dei “professionisti dell’antimafia” o li farebbero addirittura spiare da squallidi personaggi come Pio Pompa come “nemici” o come “braccio armato della magistratura” . Chiedo solo, in questa occasione, di avere delle risposte ad almeno alcune delle tante domande, dei tanti dubbi che non mi lasciano pace. Chiedo al Proc. Pietro Giammanco, allontanato da Palermo dopo l’assassinio di Paolo, ma promosso ad un incarico più alto piuttosto che rimosso come avrebbe meritato, perché non abbia disposto la bonifica e la zona di rimozione per Via D’Amelio. Eppure nella stessa via, al n.68 era stato da poco scoperto un covo dei Madonia e, a parte il pericolo oggettivo per l’incolumità di Paolo Borsellino, le segnalazioni di pericolo reale che pervenivano i quei giorni erano tali da da far confidare da Paolo a Pippo Tricoli lo stesso 19 Luglio: “è arrivato in città il carico di tritolo per me”. A meno che, come affermato dal Sen. Mancino in un suo intervento del 20 Luglio alla camera, anche lui credesse che “Borsellino non era un frequentatore abituale della casa della madre” : infatti vi si recava appena almeno tre volte alla settimana! La stessa domanda inoltro all’allora prefetto di Palermo Mario Jovine anche se la risposta ritiene di averla già data con l’affermazione fatta in quei giorni: “Nessuno segnalò la pericolosità di Via D’Amelio” . Affermazione palesemente risibile : in quei giorni si erano susseguite le segnalazioni di possibili attentati a Paolo Borsellino e bastava interrogare gli stessi agenti della scorta, cinque dei quali morti insieme a lui, per sapere quali erano i punti più a rischio. Chiedo alla Procura di Caltanissetta, e in particolare al gip Giovanbattista Tona, il motivo dell’archiviazione delle indagini relative alla pista del Castello Utveggio: eppure proprio da questo luogo partirono, subito dopo l’attentato, delle telefonate dal cellulare clonato di Borsellino a quello del dott.Contrada, oggi finalmente condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione per collusione e favoreggiamento. Chiedo alla stessa Procura di Caltanissetta, e sempre allo stesso gip Giovanbattista Tona, i motivi dell’archiviazione dell’inchiesta relativa ai mandanti occulti delle stragi. Per un’altra archivazione, quella relativa alle vicissitudini del fascicolo Fincantieri ho già inoltrato richiesta di chiarimenti in via ufficiale. Chiedo alla Procura di Caltanissetta di non archiviare, se non lo ha già fatto, le indagini relative alla sparizione dell’agenda rossa di Paolo e di chiarire il coinvolgimento dei tutte le persone, dei servizi e non, in essa coinvolte. Chiedo soprattutto al sen. Nicola Mancino, del quale ricordo, negli anni immediatamente successivi al 1992, una sua lacrima spremuta a forza durante una commemorazione di Paolo a Palermo, lacrima che mi fece indignare al punto da alzarmi ed abbandonare la sala, di sforzare la memoria per raccontarci di che cosa si parlò nell’incontro con Paolo nei giorni immediatamente precedenti alla sua morte. O spiegarci perché, dopo avere telefonato a Paolo per incontrarlo mentre stava interrogando Gaspare Mutolo, a sole 48 ore dalla strage, gli fece invece incontrare il capo della Poliza dott. Parisi e il dott. Contrada, incontro dal quale Paolo uscì sconvolto tanto, come raccontò lo stesso Mutolo, da tenere in mano due sigarette accese contemporaneamente. Altrimenti, grazie alla sparizione dell’agenda rossa di Paolo, non saremo mai in grado di saperlo. E in quel colloquio si trova sicuramente la chiave dalla sua morte e della strage di Via D’Amelio.
Salvatore Borsellino
Milano, 15 Luglio 2007
Ero in dubbio se presentarvi prima “Saggio sulla Lucidità” che vede protagonisti gli stessi personaggi di “Cecità” oppure questo capolavoro di Saramago, a detta di molti il miglior libro del premio Nobel portoghese. Forse è meglio concedersi una pausa tra “Cecità” e “Saggio sulla lucidità” e buttarsi a capofitto sul “Vangelo secondo Gesù Cristo” (titolo originale, per gli esteti, “O Evangelho segundo Jesus Cristo). Un libro molto sofferto, una corrosiva rilettura della vita e del pensiero di Gesù; il libro che più di tutti ha scatenato le critiche della Chiesa portoghese e del Vaticano. Questo di Saramago è un “Vangelo” terribilmente umano, che permette al lettore di sentirsi spiritualmente vicino alla figura di Cristo, di un Gesù riportato a dimensioni umane e non divine, di un “poveruomo” come tanti altri “poveruomini” di questo mondo, peccatori e non.Prima neonato come tutti gli altri, poi in perenne lotta tra questo mondo, quello degli uomini e delle donne, dell’amore e del dolore terreno, e il mondo soprannaturale, quello del Padre, che non riesce a capire, i cui fini e confini, sono a lui come a tutti gli altri uomini, ignoti e imperscrutabili. Fino alla morte non desiderata e non voluta, lui stesso ignara vittima sacrificata ad una divinità indifferente, ingannato. Anche stavolta un Saramago che mi lascia a bocca aperta per la sua bravura.
Nella foto: La copertima del libro pubblicato in Italia da Einaudi. A destra J. Saramago
La band dei NEGRAMARO è formata da sei ragazzi salentini, dei quali uno mio compaesano. Qualche settimana fa hanno pubblicato il nuovo album “La finestra”, oggi primo in classifica per numero di copie vendute in Italia. Il disco è stato registrato al “Plant studios” di San Francisco ed è stato masterizzato allo “Sterling sound” di New York. Prodotto da Corrado Rustici ed arrangiato dallo stesso Rustici insieme ai Negramaro. I testi e le musiche sono del copertinese Giuliano Sangiorgi. “La Finestra” è un album di quattordici brani tra sonorità rock, melodie ispirate alla grande tradizione cantautorale italiana, spunti elettronici e testi visivi, che disegnano immagini, metafore per indagare un disagio sociale e personale in maniera non esplicita. I Negramaro sono: Giuliano Sangiorgi (voce e chitarra); Emanuele Spedicato (chitarre); Ermanno Carlà (basso); Danilo Tasco (batteria); Andrea Mariano (pianoforte e sintetizzatori) ed il casaranese Andrea De Rocco ( campionatore)
Con merito, proprio di recente è stata considerata una delle donne più desiderate del mondo. Nello scenario musicale femminile è la regina del pop, anche se, per la verità, il “titolo” è conteso tra lei e la cantante colombiana Shakira, con la quale di recente ha anche girato un paio di video, manco a dirlo, di successo. Beyoncè Knowles é una bellissima donna, un autentica venere nera. Oltre a cantare, balla divinamente e soprattutto sa preparare bene i videoclip che cura personalmente con una meticolosità certosina. Gli abiti di scena, costosissimi e luccicanti, li sceglie personalmente; sono disegnati quasi tutti da lei e cuciti dalla madre, che fa questo per la figlia fin dai tempi del liceo, quando a scuola era un punto ri riferimento nell’organizzazione delle feste più “in”, a dimostrazione della sua predisposizione per il canto ed il ballo già da quando era una giovane studentessa liceale. Beyoncé, contrariamente a quanto si possa pensare, è molto umile ed auto ironica, a volte, quando viene intervistata, non perde occasione per prendersi in giro, nonostante la musica l’abbia portata a diventare ricchissima, con milioni di dischi venduti in tutto il pianeta, prima con il gruppo con il quale ha esordito, le Destiny’s Child, poi da solista.In una recente intervista ha dichiarato: «…sono in eterna lotta con la linea, a volte quando sono al mare mi sento una balena spiaggiata». Le immagini che qui di seguito vedete dicono perfettamente il contrario.
Liberalizzazione del mercato energetico: Non è tutto oro quello che luccica.
Pubblicato 18 Giugno 2007 Energia 1 CommentPoco più di due mesi fa ci sono state le sentenze di condanna definitive ai dirigenti della Enron, il colosso americano dell’energia che nell’ottobre del 2001 dichiarò bancarotta. Riprendo l’argomento a distanza di tanto tempo poiché come ben saprete dal 1 luglio 2007 il mercato dell’energia sarà aperto ai privati e non sarà solo ad esclusivo appannaggio delle aziende statali. Mi direte: Cosa c’entra la Enron con la privatizzazione del mercato energetico che prenderà il via tra qualche giorno in Italia? Lo scoprirete presto.Qui di seguito vi spiegherò cos’è successo in California con il mercato non regolamentato,la famosa deregulation che amava tanto Kennet Lay, il presidente e fondatore della ENRON. Lay era un convinto assertore del mercato deregolamentato a tal punto da far cambiare le regole negli USA con l’appoggio di potenti personaggi politici che conoscerete più in la. Ma prima è doveroso, per chi non conosce un gran che sul caso Enron, fare una cronistoria di tutta la vicenda e rendersi conto degli enormi rischi ai quali andremo incontro. Per fare ciò mi sono avvalso di un libro che ho letto e della trasmissione televisiva Report sul caso Enron, andata in onda agli inizi di aprile di quest’anno.
La “parabola ENRON : breve storia della società ed analogie con la PARMALAT
Negli USA con il falso in bilancio e l’Insider Trading non si scherza. A differenza di quello che succede da noi, la legge colpisce duramente. Il più grande crack finanziario della storia è costato il posto a 2000 dipendenti della Enron ( e società collegate ad essa) , che hanno perso lavoro e fondi pensione e che non hanno potuto vendere le azioni dell’azienda nella quale credevano (mentre i dirigenti come Lay, Skilling e Fastow ( nelle foto ) hanno venduto le proprie, per 580 milioni di dollari). Nel libro di Nicola Borzi “La parabola Enron e la crisi di fiducia dei mercati finanziari” si parla di un “buco” di oltre 600 miliardi di dollari, una cifra spaventosa. Dopo questo, gli Stati Uniti hanno varato una riforma del sistema societario, la più dura dagli anni della depressione: La Sarbanes Oxley che è una legge emanata nel luglio 2002 a seguito degli scandali che hanno coinvolto oltre alla Enron ed alla Artur Andersen anche la Worldcom. La legge mira ad intervenire per chiudere alcuni “buchi” nella legislazione, garantire strasparenza delle scritture contabili e, dal punto di vista penale incrementare la pena nei casi di falso in bilancio e simili. Secondo alcuni storici dell’economia, si tratta di uno degli atti governativi più significativi in campo economico. Si doveva dare un segnale di durezza per cui chi non rispetta il mercato, le leggi, chi cerca di fare “il furbetto del quartiere” non viene premiato o salvato dallo stato. In Italia ad esempio se crei un buco di miliardi, lo stato ti viene incontro e ti “premia” con un decreto salva debiti, come nel crack della Parmalat, che ha prodotto un buco di 14 mld di Euro.
La “parabola” ENRON: Le condanne
- Il 28/05/2006 Kenneth Lay è stato condannato ad una detenzione per 20-40 anni di carcere. Pena che non sconterà poiché è morto d’infarto, nell’etstae del 2006.
- Jeffrey Skilling è stato condannato a 24 anni di carcere, per abuso di informazioni. Si è sempre dichiarato innocente del crack dell’azienda, ma ha pagato ai suoi avvocati una parcella di 23 milioni di dollari.
- Ad Andrew Fastow è stata confermata la condanna a 6 anni di carcere ( prima sentenza del 2002, uscirà nel 2008 ); la condanna è “mite” nei suoi confronti perché ha restituito 23 milioni di dollari e sta collaborando alle indagini.
- Altri dirigenti come Kopper, hanno avuto una pena ridotta (a 3 anni) avendo collaborato alle indagini ed essendo le loro responsabilità meno gravi rispetto ai citati sopra.
- La Arthur Andersen, la più antica e prestigiosa società di revisione degli Stati Uniti che ha falsificato i bilanci, è stata condannata, quindi finita in bancarotta. I 25.000 impiegati a spasso senza senza lavoro.
Le analogie con il crack PARMALAT:
- Conti gonfiati ad arte, per dare l’immagine di un’azienda sana e florida. Grandi campagne pubblicitarie.
- Società di revisione dei conti a libro paga dell’azienda.
- Influenti contatti coi politici (Tanzi inizialmente finanziava solo la DC di De Mita, poi ha unto tutte le ruote. Anche quelle dei partiti di sinistra. Kenneth Lay finanziava Repubblicani e Democratici, ma vantava una intima amicizia con la famiglia Bush (senior e junior ),dal quale, a sua volta ha ottenuto milioni di dollari di contributi governativi.
- Banche compiacenti, che chiudevano un occhio sui buchi di bilancio che venivano fatti poi pagare dai risparmiatori tramite Bond.
- Investimenti all’estero: come la Enron era andata ad aprire una centrale elettrica in India, rivelatosi un totale fallimento, anche la Parmalat investiva in sudamerica, all’est.
Da una parte Tanzi e Tonna, dall’altra Lay e Skilling: ma quali le differenze?
- Ken Lay è stato arrestato dalla SEC, l’organo di controllo della borsa americana. In Italia la Consob non ha potere di arresto.
- Tanzi ha fatto 4 mesi di carcere. Da settembre 2006 è un uomo libero ed è tornato a lavorare. Oggi è produttore di succhi di frutta. Anche Tonna è tornato a lavorare, in attesa della sentenza definitiva.Sentenza che sarà emessa entro il 2022. Vista l’età delle persone coinvolte e la piega che sta prendendo il processo, nessuno pagherà per il crack di Parmalat.
- Negli Stati Uniti è stata indetta una commissione parlamentare. La stessa commissione interroga gli imputati e chiede merito sulle malefatte.
- In Italia invece a portare a casa il processo saranno le procure di Milano e Parma.La piccola procura di Parma riceve, per le spese d’ufficio, 10000 euro all’anno. Dopo una telefonata alla capo di gabinetto del ministro della giustizia, il proc. Capo Laguardia ha ottenuto altri 4000 euro.Interpellato a riguardo, Clemente Mastella, ha detto che non può prestare attenzione a tutte le grida di allarme che arrivano dalle procure. Ai finti isterismi … Nessun politico può tirarsi fuori dalla vicenda Parmalat.
- In Italia il reato di falso in bilancio è stato depenalizzato.
- La Enron non è stata salvata dai contribuenti americani.
- La Parmalat è stata salvato dal decreto Marzano. Il titolo è tornato in borsa e l’azienda ha continuato a lavorare.
Enron è stata un onta, per il sistema americano. Ha messo in luce la cupidigia dei manager accecati dal denaro, dalla cupidigia, cui non interessava affatto la salute dell’azienda per cui lavoravano. È stata una lezione che, forse, ha insegnato qualcosa. In Italia di Parlamat non si parla quasi più. Non si parla nemmeno delle Class Action, strumento con cui i poveri risparmiatori verrebbero messi in condizioni di battersi nei fallimenti. Non si parla neanche di una riforma del sistema societario, che ripristini la responsabilità penale delle aziende.
Quali le priorità del ministro Mastella?
L’indulto (di cui hanno beneficiato anche molti colletti bianchi) e la legge sulle intercettazioni.
Il film di Alex Gibney su Enron (“Enron: l’economia della truffa”) mostra alcuni aspetti su cui è bene che riflettiamo prima che sia troppo tardi.Ha messo in luce il lato oscuro del sogno americano: evidenzia gli eccessi e la cupidigia dei manager dell’azienda. Persone come Lou Pai che si portava le spogliarelliste (pagate coi soldi della Enron) in sala contrattazioni: manager da 200 milioni di dollari, che ha lasciato poi nell’azienda un buco di 1 miliardo. Come Skilling, che portava avanti la cultura del macho, aggressiva, di un manager intraprendente che non esita a fare le scarpe al collega pur di fare carriera. Esisteva nella Enron una commissione di valutazione, per cui il 10% degli impiegati doveva essere valutato 5, ossia licenziato. Ma poteva capitare anche che un impiegato venisse promosso dirigente.
Le bolle di sapone
La Enron era stata brava a creare un’immagine di azienda intraprendente e all’avanguardia. L’immagine prima della sostanza. Come nel business del Video On Demand: una bufala che non portò a nessun centesimo di profitto, ma che fece schizzare le azioni a +34%. O come il business delle previsioni meteo.
Il mark to market
Alla Enron fu concesso di gestire la contabilità attraverso il “mark-to-market” , che permetteva di mettere in bilancio i profitti futuri il giorno stesso della firma di un contratto . Probabilmente la caduta della società iniziò da quel giorno. La “Artur Andersen”, che all’epoca intascava dalla Enron 1 milione di dollari a settimana per il lavoro di consulenza finanziaria e controllo dei bilanci, firmò e l’organo di controllo della borsa (SEC) approvò.La Enron metteva a bilancio entrate ipotetiche, sulle quali scommetteva. L’immagine della società, dal punto di vista contabile, si basava sulle previsioni e sulla parla della Enron stessa. Agli analisti bastava fare una telefonata a “Jeff” ( Skilling) e quello che diceva Jeff veniva preso per oro colato. Quindi gli analisti non analizzavano un bel niente!
Il mercato azionario dell’energia
Una delle idee “più brillanti” di Jeffrey Skilling fu la creazione di un mercato azionario di energia: l’energia che non aveva più un valore fisso, ma veniva venduta come le azioni o i bond. Il prezzo fluttuava in base al valore della borsa e del mercato. Valore che veniva pilotato: pagando gli analisti perchè dessero un’immagine florida della Enron. E chi cercava di capire da dove venissero i profitti veniva licenziato come John Olson, della Merril Linch. Sia forzando il sistema: in California vigeva la liberalizzazione del mercato dell’energia. Ma da qualche parte i soldi dovevano arrivare.
La liberalizzazione dell’energia ed i rischi che potremmo correre in ITALIA!
La California fu il primo stato a sperimentare la liberalizzazione dell’energia. E il 2000 fu anche l’anno dei blackoout., ricordate? Tramite dei blackout pilotati la Enron faceva vendere ai suoi operatori l’energia allo stato ad un prezzo del 400% superiore. Gli operatori della Enron realizzarono profitti per 2 miliardi di dollari.Grazie alla deregulation del sistema, agli agganci politici di Ken Lay, ai blackout pilotati (del 2000), la liberalizzazione permise alti guadagni a Lay e soci. Sapevano che senza la liberalizzazione il castello di carte sul quale si poggiava la Enron, sarebbe caduto. La Enron aveva a libro paga la F.E.R.C., l’ente federale che doveva controllare sull’energia. La crisi energetica mise in cattiva luce il pres. Uscente Gray Davis, permise l’elezione del repubblicano Schwarzenegger (dopo Reagan gli americani credevano di aver visto di tutto): alla California questo costò 45 miliardi di dollari. Il motto della Enron era “ask why”: ecco, è bene che lo teniamo a mente anche noi. È un insegnamento che dobbiamo imparare. Chiediamoci sempre perchè, non fidiamoci troppo, abbiamo un atteggiamento di sano sospetto verso coloro che ci governano.In Italia si partirà dalla liberalizzalizzazione del mercato dell’energia dal 1 luglio 2007. Già in alcune regioni si pagano bollette salate per l’acqua (nella Sicilia di Totò Cuffaro ad esempio). Del business dell’acqua ne aveva parlato sempre Report la stagione scorsa.Ministri come la rutelliana Lanzillotta continuano a ripetere che si devono liberalizzare i servizi.Ben venga il mercato libero sull’energia ma che il caso Enron sia da monito per tutti, teorici della “DEREGULATION” e difensori del “MERCATO REGOLAMENTATO”
Per chi ha voglia di approfondire, un sito ed un libro:http://www.report.rai.it ( Enron: L’economia della truffa )
La parabola Enron e la crisi di fiducia dei mercati finanziari di Nicola Borzi – feltrinelli editore
Il primo giugno 1967, i Beatles pubblicavano Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band.
Pubblicato 1 Giugno 2007 Spettacolo 3 Comments
Quarant’anni fa, il primo giugno 1967, i Beatles pubblicavano Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. Un disco epocale, un capolavoro del rock che con le sue tredici canzoni gettò nel vento idee e innovazioni che avrebbero influenzato tutta la musica a venire (..) Ironia della sorte, Sgt. Pepper’s, nacque in un momento di crisi e sbandamento per i Fab Four. Verso la fine del 1966, stanchi del ruolo di idoli pop usa e getta, i quattro di Liverpool erano in cerca di nuove strade, non solo musicali ma anche d’immagine. Così, dopo aver deciso di evitare i tour e di dedicarsi solo alla musica di studio, con il vento in poppa della nascente psichedelica, ciascuno di loro si impegnò in nuovi progetti. George Harrison approfondì la sua passione per l’India e la cultura orientale. John Lennon si improvvisò attore per Richard Lester. Paul McCartney si appassionò alle musica di Berio e Stockhausen, e dopo un viaggio in America, pensò a un nome fittizio simile a quello di alcune nuove band californiane, come Quicksilver Messenger Service o Strawberry Allarm Clock. Tra tanta ispirazione e oro colato, nacque il Sergente Pepe, che con la sua Banda di Cuori Solitari, si prestava bene a fornire un alter ego ai quattro. ( fonte Kataweb )
A differenza delle passate elezioni amministrative del 2004, quest’anno il numero di candidati alla carica di primo cittadino è sceso da 7 a 4. Ma non è diminuito quello delle liste. Facendo un piccolo calcolo matematico, se l’elettorato si dovesse dividere equamente, ad ogni candidato consigliere toccherebbero all’incirca 40 voti.






























































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